Recensioni

7.3

Otto anni, quasi, di assenza. Di gestazione, verrebbe da dire. Fatto sta che questo secondo lavoro a firma Nazarin sembra davvero qualcosa di altro e di nuovo rispetto a La Mattanza dei Diavoli, che nel lontano 2013 sembrava sostanzialmente rielaborare (sia pure con personalità e in maniera convincente) il codice Cesare Basile. Non che in questo 1981 non si avverta l’eredità del collega e amico catanese, anzi: si prenda ad esempio Davanti agli occhi, con quelle strofe che incedono aspre e resinose, ma già il ritornello introduce variazioni di un’altra pasta, un pop-rock accattivante che svisa noise, tanto da ricordare certe cose degli Intercity. La successiva Dei mille incroci sposta ulteriormente il baricentro, mettendo vena desertica, particelle electro e afflato pop al servizio di una radiofonia obliqua degna di un Rosario Di Bella (ricordate?).

La sensazione è quindi quella di un viaggio libero tra suggestioni e riferimenti, così come in una geografia periferica abbacinata e sanguigna (la Sicilia, of course, evocata fin dall’iniziale Bronte – congettura strumentale intrisa di deserto, oriente e irrequietezza) e nel tempo, quest’ultimo aspetto suggerito ovviamente dal titolo che posiziona il punto di partenza (o di fuga?) a quarant’anni fa. Ecco quindi che ci si può imbattere nell’impeto rock anni ‘90 di Aspettando l’alba, nel boogie elettrosintetico (un frullato Eighties di ZZ Top, Flavio Giurato e Battiato) di Genesi, oppure nel folk-blues sabbioso di Girotondo (torna a farsi viva la sagoma di Basile), o ancora nel languore atmosferico e cantautorale di Perditi con me.

In una scaletta che non tradisce cali di ispirazione, spicca Artaud al macello, ballata crudele e trasognata dalle vaghe inflessioni Paolo Benvegnù, con ospite alla voce un Mauro Ermanno Giovanardi davvero in parte, impollinata di elettroniche discrete e chitarre lisergiche, ma che soprattutto va a spegnersi in un lungo e appassionato assolo di sax di Roberto Romano che fa molto tardi anni ‘80 (in positivo). La conclusiva Domani si parte raccoglie tutti questi fili sparsi a passo di ballata, una mischia di epica e disincanto à la De Gregori, pastosità Fossati e trasporto naïf Fabio Cinti, col valore aggiunto d’un caracollare acido che nel finale rimanda a certe apnee patinate The War On Drugs (ma di ascendenza Roxy Music).

Davvero una buona prova, intensa e coraggiosa nei testi, musicalmente densa e agile, inaspettatamente – per quanto mi riguarda – dotata di considerevoli potenzialità radiofoniche. Che mi auguro vengano colte: questo sì che sarebbe un bel segnale.

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