Recensioni

7.5

Probabilmente è una sorta di campanilismo (o di personale fascinazione), quello che ci fa pensare che l’ingresso di Valentina Magaletti (Tomaga, Vanishing Twin e moltissimo altro) nei Moin, il side-project dei due Raime qui alle prese col “rock” suonato, sia stata la scintilla che ha permesso a questo Moot! – primo disco lungo del duo dopo un paio di EP di quasi dieci anni fa e in bilico sino all’ultimo vista la chiusura della Blackest Ever Black – di divenire ciò che è: un concentrato di post-punk crudo, dalle venature industriali, ossessivo, scarno, livido, afono (fatte salve alcune voci e pochi campioni vocali), in perenne tensione e straniante.

Straniante soprattutto se lo si pone in scia alla cosiddetta rinascita post-punk inglese, di cui però questo album è una sorta di versione in nero, un doppio in negativo, la dark side. No melodie, no giri catchy, no accondiscendenza “pop” qui, ma soltanto una ansiogena centrifuga sonoro-temporale che per affinità e tavolozza di colori sembra rimandare indietro a esperienze diverse come la scena inglese più underground che si sviluppò tra la fine degli ’80 e gli inizi del decennio successivo operando in una terra realisticamente di nessuno tra industrial “umano”, noise-rock e post-punk (diciamo dalla Pathological ai Bodychoke con tutto ciò che c’è in mezzo e soprattutto ai margini); oppure al lavoro sul corpo morto del rock svolto da formazioni outsider come This Heat et filiazioni tutte; o ancora a quella vertigine sonora con cui l’asse Chicago/Louisville cercava di rimescolare la genetica del rock suonato.

E così si torna circolarmente ai Raime, a quella colata lavica nero pece con cui ammantavano la loro musica e che qui ritorna prepotentemente a galla ma in un ambito diverso, e alla spinta propulsiva della Magaletti che col suo drumming malleabile ed espressionista amalgama il tutto facendone claustrofobica alchimia, ossessione groovey, spettrale visionarietà. Insomma, in una battuta, quello in Moot! è il suono della marginalità primomondista la cui liminalità non può che farci pensare a una versione post-punk di My Life In A Bush Of Ghost.

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