Recensioni

6.7

Se da un punto di vista meramente stilistico, di Marissa Nadler possiamo pensare di sapere già tutto, lo stesso non si può dire per il suo lato più onirico e segreto. The path of the clouds, il sentiero delle nuvole, nome del suo nuovo lavoro, è già dalla scelta del nome un volteggio metafisico e inafferrabile. Se poi si pensa che è stato concepito in pieno lockdown ed è fortemente ispirato dalla serie crime statunitense Unsolved Mistery, ecco che i fili della tela diventano ancora più fitti. Quei casi irrisolti diventano materia viva dell’album, con i protagonisti che ritornano in vita nella narrazione plumbea e rarefatta di Nadler: ecco quindi comparire il tragico racconto di Glenn e Bessie in una sorta di Twin Peaks ante litteram in Bessie, did you make it? o il racconto di chi è fuggito dalla prigione di Alcatraz in Well sometimes you just can’t stay. In una sorta di continua preghiera pagana, Nadler snocciola le sue litanie in forma di ballate trasognanti, coadiuvata lungo tutte le tracce da elementi come Mary Lattimore (arpa), Emma Ruth Rundle, Milky Burgees e Simon Raymonde (basso), che riescono a rendere corale un album realizzato in realtà completamente a distanza.

Marissa Nadler tesse storie reali incrociandole con il suo mondo onirico da horror psichedelico e il risultato, massimamente esplicito in If I could breath underwater, è il continuo rincorrersi tra voce-piano-chitarra, con i primi due che fusi spesso in un corpus elegiaco e la terza a fare fronte a sé, impetuosa e raccolta allo stesso tempo. Procedendo nell’ascolto, si assiste ad una smaterializzazione progressiva: Elegy, Turned into air, Lemon queen sono pura sostanza sublimata in materiale intangibile. Se il mondo che viviamo restituisce solo incertezza, allora si può essere riconoscibili anche svanendo tra le nuvole e senza fornire appigli certi, in primis a se stessi. Darker, come Leonard Cohen. È questo l’obiettivo di un’artista che, arrivata al ventesimo anno di carriera, vive una sana e complessa transizione personale.

The path of the clouds può sia mozzare il fiato che lasciare confusi. Primo autoprodotto e tra i migliori della carriera di Marissa Nadler, è un titolo noir, duro, scivoloso e senza appello.

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