Recensioni

7.1

Come ho scritto più volte, Gerardo Balestrieri è un apolide. Attualmente vive a Venezia, d’accordo, ma solo – “solo” – per quanto riguarda la sua manifestazione fisica. Quanto al resto, è uno che stacca rametti di nostalgia per farci il nido e subito dopo, immancabilmente, se lo lascia alle spalle. Una nostalgia la sua, va detto, poco “nostalgica”, anzi una vera e propria anti-nostalgia, perché si tratti di swing o tango o blues o valzer o chanson – o persino di punk o pop sintetico – sembra sempre che vada a pescare dal cilindro di un mago dove ogni forma non è mai tramontata, dove ogni stile è presente e vivo. Un frammento di tempo strappato al tempo. Una menzogna attualissima. Un ammiccamento amoroso.

L’album numero dieci, Rue de la Paix, racchiude come e forse più di sempre questa attitudine al viaggio (interiore?), anche perché concepito e realizzato in epoca pandemica, tra le varie misure restrittive che probabilmente hanno reso ancora più necessarie le suddette escursioni anti-nostalgiche. 

Tra omaggi dichiarati (la guizzante L’étrangèr, dedicata a Louis Aragon e Léo Férré, una torridamente blues Cu ti lu dissi firmata dalla quasi omonima Rosa Balistreri) e altri “solo” evidenti (alla macchietta e all’avanspettacolo napoletano di L’arazzo di Arezzo, al Paolo Conte di metà anni ‘80 di Vento e blu in piazza San Marco, al Vinicio Capossela in bilico tra balera e deserto di Il tango del carciofo), Balestrieri fa sosta alle stazioni dettate dal consueto estro impronosticabile, tipo il gipsy-jazz di La canzone delle ossa (sul rocambolesco contrabbando di musica nell’Unione Sovietica di metà novecento) o il talking a bagno in una milonga cibernetica di Canzone crittografica

Soprattutto, in questo carosello non viene meno il calore della scrittura, la padronanza dell’arrangiamento, la misura dell’interpretazione: vedi su tutte la languida Guia, dichiarazione d’amore in bilico tra devozione e sogno, il piano, gli archi e i mulinelli elettrici come una pozione amniotica in cui la figura femminile e la città (Venezia, of course) si confondono e stemperano come certe emozioni troppo intense che ti obbligano a socchiudere gli occhi, a smorzarle con uno strato di immaginazione.     

Insomma, è l’ennesimo disco intenso e divertente di Balestrieri. Sto ancora aspettando che al di là dei riconoscimenti del settore (è stato più volte finalista al Premio Tenco, premiato al Mantova Music Festival e al Festival Risonanze) gli piova addosso la notorietà popolare che merita. Chissà che non sia la volta buona.      

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