Recensioni

Carlo Barbagallo è musicista dalle molte emanazioni collaterali – mi limito a citare Suzanne’s Silver, Albanopower e La Moncada. Non bastasse questo, può anche vantare un soprannome, anzi un nome aggiuntivo, o di battaglia se preferite. Vale a dire: Noja. Il quale tra l’altro è lo stesso della sua etichetta (Noja Recordings, appunto). Non ne conosco l’origine, se nasce per caso, per un episodio, oppure con l’intento di lanciare un segnale: chissà. Ad ogni modo, e per quanto mi riguarda, una strampalata connessione la trovo col fatto che quasi mi annoia dover ripetere sempre le stesse cose a proposito dei suoi dischi, sia che escano come lavori da solista o frutto del lavoro assieme alla band di turno. Proprio così, non c’è scampo: ogni volta è un’esperienza immersiva, tra flussi nodosi di energia, risacche aromatiche e spasmi viscerali, il tutto al servizio di un rock innervato di blues, folk e psichedelia, più aspersioni jazz e vibrazioni avant alla bisogna.
Il qui presente BorgoMale, le cui incisioni si sono svolte nel 2018 assieme a un manipolo di sodali (Maurizio Busca, Francesco Alloa, Andreas Lundeberg e Riccardo Salvini), non fa eccezione: le tracce si consumano all’interno di un perimetro convulso che però suggerisce solidità, il polso fermo di chi ormai conosce bene la direzione e accetta perciò di buon grado la deviazione, il dono dell’imprevisto come tappa e non come intoppo, l’attimo da catturare nella sua natura di segno assieme fugace e imperituro (tipo l’impronta della mano in copertina).
Un aspetto su tutti mi sembra fondamentale: il suono accade al di qua della nostalgia, in un qui e ora che pure sembra refrattario al presente, una bolgia in una campana di vetro che non si preoccupa di quanti ascolti sarà in grado di guadagnare sulla vostra piattaforma di streaming preferita, ma che neppure si chiude a riccio nell’ossessione retromaniaca. Con le sue sonde impegnate a effettuare carotaggi nei 60s acidi, nei 70s avventurosi e nei 90s del revivalismo elettrico (le coordinate strette in particolare su Seattle), Barbagallo suona infatti come se non (si) potesse suonare diversamente. Come se malgrado mode, modi, fortune, disgrazie, liquefazioni e algoritmi, fossimo immersi nella stessa materia oscura di sempre, dalla quale pescare cucchiaini di inquietudini febbrili, visioni ipnotiche e tumulti atmosferici.
Barbagallo non sembra quindi riesumare cadaveri sonori, ma scostare il velo di Maya dietro al quale la musica accade in un carosello atemporale di forme, stili, umori e finalità, dove un jazz-psych macina ingranaggi kraut con urgenza precipitosa (ACIO), una ballata caracolla tra turbamenti grunge e suggestioni cinematiche (Omen), il soul s’imbarca in una bagnarola infestata di fantasmi blues-psych (A Dealer’s Friend), l’ebbrezza di un Beefheart irrompe a sgranare le vertebre (Down Lovers Lane), un valzerino sghembo si avvita in un crogiolo di radiazioni popadeliche avariate (BM X) e via discorrendo.
In mezzo a questa trama indocile e dal piglio analogico di chitarre, tastiere e fiati, con pennellate di elettronica a scompaginare i margini e la sostanza, si fa largo il trip dilatato (una quindicina di minuti) di Ants, processione eterea sul filo di una tensione che cova minacce inafferrabili tra ugge slowcore snervate ed echi crimsoniani sotto sedativo. È una specie di sortilegio nel quale ti ritrovi invischiato, e non stai a chiederti cosa, come, perché. Non stai sfogliando un album di ricordi. Non stai carezzando il pelo della nostalgia. Le frequenze su cui Barbagallo si sintonizza non hanno mai cessato le trasmissioni né smesso di saper raccontare la realtà che attraversano. Le sue canzoni suonano così fuori corso da apparire aliene, e proprio per questo affascinanti, vive, presenze anomale che ci ricordano il prezzo da pagare alle pervadenti strategie di attrazione e distrazione.
In altre parole, gran disco. L’ennesimo.
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