Recensioni

Non ama certo riposare sugli allori, Annie Clark, per gli affezionati St Vincent. Svoltare, passare ad altro, cambiare: per lei è una prassi, una calligrafia, un codice. Volendo inquadrare il nuovo lavoro Daddy’s Home, che vede la luce quasi quattro anni dopo il celebrato MASSEDUCTION, risultano assai efficaci e significative le sue stesse parole: «I realized that the Masseduction and tour was so incredibly strict, whether it was the outfits I was wearing that literally constricted me, to the show being tight and the music being angular and rigid. When I wrapped that, I was like ‘oh, I just want things that are fluid and wiggly and I want this music to look like a Cassavetes film’».
In questo scenario di voluto intorbidamento delle acque, sono intervenuti due ingredienti fondamentali: la figura del padre, scarcerato nel 2019 dopo nove anni di detenzione per riciclaggio, e Candy Darling, attrice e musa ispiratrice di Warhol, deceduta nel ‘74 a soli trent’anni a causa di un linfoma (sì, proprio lei, quella di Candy Says e che «she never lost her head» in Walk On The Wild Side). Tra queste due “presenze” così eterogenee c’è un punto di contatto: i primi anni ‘70, ovvero l’epoca in cui brillarono sia la stella di Candy che la musica amata dal padre (e trasmessa via vinili alla figlia). Difatti Candy Darling – posta (quasi) a suggello della scaletta – è una ballatina appiccicosa tra Dusty Springfield e Big Star, mentre la title track (che poco lascia all’immaginazione: «I signed autographs in the visitation room / Waiting for you the last time, inmate 502») sembra uscire dalla vena più sordidella degli Steely Dan.
Le coordinate sonore, estetiche e tematiche insistono quindi su quella fase storica per farne una dimensione, un luogo di abrasioni e pericolo, di strappi e abbandono. Un po’ come in un film di Cassavetes, appunto. Per l’occasione Annie si immerge completamente nel contesto, e il risultato è quello che potreste chiamare – se volete – “costume drama”, che però reca evidente il lavoro di scavo ed estrazione, così da produrre – non a caso – una chiave di lettura forte del presente. A partire da uno dei temi più caldi in circolazione, quello della discriminazione e della violenza di genere: se la mollezza soul-psych intrisa di grasse vampe gospel di The Melting Of The Sun è un palese incitamento («Girl, you can’t give in now / When you’re down, down and out») che non manca di tributare alcune eroine del cinema e della musica diversamente problematiche (Jane Mansfield, Nina Simone, Tori Amos, Joni Mitchell, Marilyn Monroe…), Down invece digrigna voglia di vendetta in forma di funky-soul torrido («You’ve hit me one time / Imagine my surprise / When you hit me two times»).
Ma Annie non si fossilizza, una volta definito il set si muove dove la conduce l’estro, in bilico sul filo di una vita che prevede tante ferite quante infatuazioni (lo mette in chiaro subito con quella Pay Your Way In Pain come potrebbe una replicante di Betty Davis), lo spettro della delusione in ogni trama sentimentale («Oh, I guess we’ll see / Who was the freak», sostiene nel soffice southern-soul di Somebody Like Me), una trama di sconfitte sulle rotte dei traguardi («If life’s a joke, then I’m dying laughing», canta nella wilchiana The Laughing Man) e il veleno della decadenza a intossicare il cuore delle illusioni (come nel languore agile e indolenzito di …At The Holiday Party).
Insomma, a che gioco sta giocando, St Vincent? Indossa un’altra maschera, l’ennesima, ed è chiaro che lo fa più per rivelare che non per nascondere. Appare – suona – posticcia, indubbiamente, ma è questo il prezzo del biglietto se vuoi soffiare sul collo della verità. In altre parole, per St Vincent calarsi nella New York del ‘71-’76 (anche da appassionata di storia, come ha dichiarato di essere), in quell’epoca di utopie infrante e marciapiedi selvaggi, in tempi che non prevedevano la pianificazione di ogni dettaglio, lontanissimi dalla cosmesi algoritmica a cui oggi siamo assuefatti, significa enfatizzare la frattura tra ciò che oggi percepiamo e la sua rappresentazione. Significa osservare il presente da una distanza chiarificatrice. Significa vedere con maggiore dettaglio le macerie e il disorientamento con cui, in questo presente senza futuro, impastiamo una confusa idea di futuro. La sensazione quindi è di un disco fortemente intriso di disincanto, ovvero di un monito crudo e appassionato. Non a caso in Live In The Dream – sorta di Prince ipnotizzato da incantesimi Sun King e US And Them – la sentiamo cantare: «But stay with me you, fallen lamb / And I’ll keep you in my arms / But I can’t live in the dream / The dream lives in me».
Chiuderei tornando al concetto di maschera come dispositivo che rivela: mi pare chiaro che per St Vincent il musicista, l’artista in genere, è un “attore” del tutto al servizio dell’intuizione artistica. Ogni espressione prevede totale interpretazione, ogni ruolo determina necessariamente un cambiamento. Del resto, come ha dichiarato lei stessa a Esquire: «(Daddy’s Home) è stato divertente da realizzare. Ma quello che ho fatto subito dopo è stato scrivere qualcosa di completamente diverso».
In futuro aspettiamoci una St Vincent ulteriore.
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