Recensioni

Nelle canzoni di Cristina Donà c’è sempre una componente di insolito, che non è facile definire e ancor più descrivere. È qualcosa che irrompe, una presenza perturbante, un’anomalia. Una piega narrativa – formale e testuale – fuori posto rispetto a ciò che sarebbe lecito attendersi da una canzone rock, cantautorale o in bilico tra queste due dimensioni (così embricate tra loro ormai). Un ridisporsi ferino di sentimenti e sensazioni, la realtà che getta la maschera e polverizza di colpo la percezione standard, una voce che strappa il sipario.
Non è il caso di scomodare il concetto di weird, ma qualcosa di unhomely (ok: di estraneo) c’è davvero nella calligrafia della musicista di Rho, e ho buoni motivi per credere che rappresenti un ingrediente espressivo cruciale, a partire dal quale ha sviluppato nel tempo un codice proprio, peculiare. Che non è venuto meno quando ha scelto di concedersi escursioni in territorio più canonico e persino radiofonico, senza peraltro ottenere la popolarità che avrebbe meritato (ancora oggi mi chiedo: com’è possibile che un pezzo come Universo non abbia fatto davvero il botto, intendo fuori dalla bolla dei suoi sostenitori?).
Oggi, sette anni dopo il buonissimo Così vicini (solita storia: anche qui una title track che in un mondo migliore… Vabbè, ci siamo capiti), torna con un album che sembra avere rinunciato a stemperare la naturale spigolosità espressiva con parametri più concilianti e – perdonatemi – orecchiabili. Nessun segnale di rassegnazione però: a quasi un quarto di secolo dall’album d’esordio, Cristina rilancia con un lavoro che non insegue compromessi e si preoccupa di dare forma a una maturità piena e complessa. Tu chiamala se vuoi autarchia, a partire dal finanziamento ottenuto grazie a un fortunato crowdfunding che ha superato in fretta e di molto l’obiettivo.
Questa sorta di patto sottoscritto con la fanbase sembra averla liberata, anzi svincolata e quindi libera di concentrarsi sull’obiettivo di dare vita a una raccolta di canzoni che coincidono con altrettanti sguardi sul presente, ora intimamente indolenziti, ora aspri e spigolosi, ora disposti ad allargare l’obiettivo fino a farsi carico di un’urgenza moraleggiante ma asciutta, priva di retorica. Un aspetto quest’ultimo palpabile nell’amara opening Distratti col suo disarmante monito ambientalista (“Altro che aperitivo/Ci siamo bevuti il pianeta”), nella quale invita a recuperare la consapevolezza perduta anzi affogata in un narcisismo ipnotico, come avviene più o meno anche nella cinematica Oltre (“A forza di cercarsi in uno schermo/Ci siamo persi/Persi dentro”).
Altrove il fuoco viene compresso in vicende raccolte, il perimetro si restringe e il racconto si snoda ora sinuoso (la mancanza come ossessione in Conto alla rovescia), ora pittorico (L’autunno) e ora solenne (il duplice suicidio – ispirato a una vicenda reale – di Come quando gli alberi si parlano), inserendosi in un solco cantautorale che dimostra di avere metabolizzato con naturalezza la lezione dei Paolo Conte, dei Fossati e dei Battiato, quest’ultimo ravvisabile in filigrana anche in una Torna dalle evidenti ascendenze Tenco.
La tavolozza non manca di proporre ulteriori variazioni, che siano le asprezze post-punk di Colpa o le trame art-wave di Desiderio (con qualcosa del Battisti altezza E già), diversamente impegnate a radiografare aspetti socio/esistenziali, mentre Senza fucile né spada si avventura con passo teatrale nel trauma della pandemia (“Noi non lo sapevamo/Che saremmo stati mandati a combattere”). A questi mutamenti di registro corrispondono cambi di abito sonoro gestiti con bella disinvoltura e che molto devono alla visione del multistrumentista Saverio Lanza, collaboratore storico nonché produttore del disco.
Nell’amalgama acustico (piano, ottoni, archi) ed elettrico trovano infatti cittadinanza espedienti digitali non invasivi ma integrati, che lo stesso Lanza definisce “elettronica preistorica” e la Donà invece “alterazioni paesaggistiche”, ovvero trattamenti timbrici, pattern ritmici e bordoni sintetici: anche sotto questo aspetto, pensando ai molti volti che Cristina ha indossato da Tregua in avanti, è forte la sensazione di raccolto anzi di fermentazione, di un linguaggio definitivamente maturo anche se non (ancora) appagato, ancora fertile.
Il risultato è curiosamente contraddittorio: deSidera possiede la statura del classico e al tempo stesso l’inafferrabilità obliqua dei lavori di transizione. Ha la forza cioè della mancanza, di un vuoto che ancora chiede di essere riempito: del resto la stessa etimologia di “desiderare”, come suggerisce la grafia del titolo, allude alla mancanza delle costellazioni note che coglieva i marinai sotto cieli lontani. È un album potente e delicato, conciliante e insidioso, che rivela tanto quanto nasconde sotto strati di suono e di senso. Chiede ovviamente ascolti attenti e ripetuti, una specie di dedizione, ma non la pretende. È come se sapesse fin troppo bene che un disco oggi al massimo può ambire al ruolo di compagno occasionale di un viaggio breve, una piccola fragile cosa dispersa nella deliziosa abbondanza di troppe altre cose. E in ragione di ciò, anziché alzare il volume e giocarsi la carta della sensazione, scegliesse di regolare le frequenze attraverso la manopola del linguaggio. A guidare i naviganti sulla giusta sintonia, penserà casomai – e appunto – il desiderio.
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