Recensioni

7.3

Il successo sorprendente dei Black Country, New Road, il ritorno dei Mogwai e quello – imponente – dei GY!BE: negli ultimi mesi il post-rock pare aver recuperato centralità, e francamente non stupisce vista la strana natura di questo nostro tempo “fuor di sesto”. D’altronde il post-rock si è nutrito fin da subito di un’ansia vischiosa nei confronti del futuro (o, se preferite, della sua scomparsa). Per convenzione, si usa individuare in Tweez degli Slint l’atto di fondazione: era il 1989, anno per molti versi esaltante ma che non a caso schiudeva prospettive inquietanti dopo il crollo dei vecchi equilibri. Del resto, i Novanta sarebbero stati assai irrequieti e tragici, come ben sappiamo. Ed è proprio nella cuspide tra vecchio e nuovo millennio, tra timori infondati e paure fondatissime, che il “genere” visse il suo momento di massima diffusione. 

Impossibile mettersi qui a disquisire su cosa si intenda per post-rock dal punto di vista stilistico e formale, tanto vario è il parco delle scene e delle band a cui è stata affibbiata l’etichetta. Tuttavia possiamo affermare che alcuni aspetti relativi al filone “apocalittico” sono quelli che più ne caratterizzano l’eredità: la dissoluzione della forma canzone e della formazione rock canonica, la regressione del canto, la predilezione per sonorità epiche e cupe – lo slowcore trascinato fino alle estreme conseguenze – che costituiscano una sorta di proiezione dello spaesamento individuale e collettivo, o se preferite la soundtrack del viaggio cinematico attraverso un’angoscia che da interiore si espande epocale (e viceversa). Forse quell’ipotetico ritorno di fiamma del post-rock cui accennavo sopra è un sintomo di quanto oggi sia tornato centrale il bisogno di rispondere alla domanda: “e adesso?”.       

All’inizio della crisi pandemica Paolo Angeli si trovava a Barcellona, città che da anni ormai è la sua casa. Proprio allora, nell’isolamento della prima ondata, ha iniziato a concepire il nuovo album Jar’a. Con la sua chitarra preparata, che gli consente di ottenere stratificazioni timbriche e armoniche impressionanti senza ricorrere a sovraincisioni, ha seguito le tracce di un’ispirazione nata in quello stato di clausura improvvisa. Gli spunti melodici, gli sviluppi e le digressioni che sarebbero andati a costituire i sei movimenti di una vera e propria suite, riflettono lo sconcerto, lo stato di apprensione, il senso di sospensione con chiarezza abbacinante. Ma sarebbe sbagliato concludere che Jar’a è un album figlio del lockdown.  

Angeli è un chitarrista con le radici piantate in profondità nella sua Sardegna e lo sguardo che sa muoversi libero e imprevedibile, come ha dimostrato nell’ottimo 22.22 Free Radiohead e attraverso le collaborazioni con Iosonouncane e Hamid Drake. La sua chitarra è una voce che contiene sfaccettature, risvolti, infatuazioni, ricordi, l’amore per il jazz (in primis per quello che sgretola le frontiere di Fred Frith), per la musica etnica, per il pop sperimentale di Björk, per le situazioni che trascendono i percorsi segnati. La sua è una chitarra modificata, reinventata, resa unica e “mostruosa” allo scopo di rintracciare il codice per «utilizzare la matrice sarda in chiave contemporanea», come ha dichiarato nella breve ma incisiva intervista concessa lo scorso anno a Sentireascoltare.

Proprio questo galleggiare imprendibile tra avanguardia e tradizione (a proposito: non è sciocco considerare questi termini/concetti come antitetici?), conferisce alla musica di Angeli una natura duplice, un doppio movimento implicito. Tutto ciò era evidente in 22.22 Free Radiohead, dove alla reinterpretazione dei brani di Yorke e soci si alternavano brani strutturati su forme popolari sarde, soprattutto per come innescava tra quei due mondi un processo di impollinazione vicendevole e incessante. In Jar’a la tensione sperimentale, il dilagare attraverso steccati e schemi, trova corrispondenza nel recupero di sonorità ancestrali, in un rapporto che non sembra dialettico: non fa pensare, in effetti, a una sintesi, ma a una specie di simbiosi. C’è l’una e l’altra dimensione, l’arcaica e la contemporanea, entrambe sbilanciate su un domani tanto urgente quanto indecifrabile. 

Lo scrutare di Angeli non è “oscuro”. Il dualismo di cui sopra riguarda anche la naturalezza con cui lascia aperti spiragli, percorre strade, segue direzioni che – appunto – non vengono mai a mancare. Il fatto che per Jar’a sia stato necessario una lavorazione ulteriore in Sardegna durante l’inverno, diventa sostanza stessa di ciò che oggi si può ascoltare. Il titolo rimanda alle giare, i tipici altipiani sardi utilizzati dai popoli nuragici come baluardi difensivi e sedi di santuari, in particolare alla vasta Giara di Gesturi e a quella più piccola di Serri, nei pressi di Gergei. È in questi territori intrisi di storia millenaria che Angeli si è rifugiato per tornare allo scoperto, indagando ed esplorando con la sua chitarra proteiforme, con i delay analogici, con il canto discreto ma profondo. Un viaggio esteriore e interiore che ha rimesso in circolo le sessioni barcellonesi, anzi le ha “ripensate”: il coinvolgimento di Omar Bandinu è il segno più evidente di questo processo, durante il quale il celebre bassu dei Tenores di Bitti “Mialinu Pira” si è messo al servizio della vena impro di Angeli con risultati sorprendenti (vedi quello che accade nella vertigine iridescente di Sùlu).

Qualunque cosa sia – o sia mai stato – il post-rock, nei quarantatré minuti di Jar’a si avverte quello stesso impasto di sgomento ed energia vitale, di abbandono ed elevazione, di apocalisse orizzontale e rinascita inevitabile, di tempo collassato ed esploso, di realtà che germoglia continuamente dalla pancia scura del mistero. Gran disco.   

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