Recensioni

7.3

Accadeva già nei Baby Blue e nei Blue Willa: proposte non prive di azzardi e avventure soniche, nelle quali tuttavia la voce di Serena Altavilla si distingueva come segno cruciale e caratterizzante. Lo era così tanto da apparire persino anomala rispetto al contesto. E andava benissimo così: ogni rock band che si rispetti prevede almeno un elemento che ecceda l’amalgama. Non a caso per loro si scomodò in veste di produttrice un’altra “voce” peculiare (nel senso più alto possibile) come Carla Bozulich. Nella successiva triangolazione punk – dall’attitudine, però, “sognante” – dei Solki, accadeva più o meno lo stesso: elemento centrale, e molto caratterizzante. In ragione di ciò, non stupisce affatto che la Altavilla approdi oggi al fatidico disco solista. Come si dice in casi del genere: rientrava nell’ordine delle cose.

S’intitola Morsa – più che all’utensile, si riferisce alla forma verbale passiva – e mette in fila dieci canzoni alla cui architettura sonora hanno contribuito un plotone di ospiti di tutto rispetto quali Fabio Rondanini, Enrico Gabrielli, Jacopo Lietti (dei Fine Before You Came) e Any Other, solo per citarne alcuni. Nomi che già da soli raccontano la direzione che Serena e il produttore artistico Marco Giudici (già Halfalib, nonché partner in crime negli Any Other) volevano intraprendere: un solco capace di mantenersi in bilico tra ricerca e melodia, tra avanguardia e cantabilità. Progetti del genere devono fare i conti con un rischio: che il progetto, appunto, soverchi l’espressione. 

Un rischio sfiorato anche nel caso specifico, certo, ma che alla resa dei conti viene sostanzialmente aggirato. Merito innanzitutto della Altavilla, brava a mettersi al servizio delle melodie, modulando la naturale esuberanza sulle particolari situazioni definite dai pezzi, ognuno la “stazione” di un concept che insiste sul tema dello scontro tra desiderio e mancanza, della crepa necessaria tra interno ed esterno. Le dieci canzoni sono quindi teatrini (nella concezione paolocontiana del termine) ad alto tasso emotivo, terreni di coltura dove germogliano tensioni opposte – tra nuclei melodici ariosi e strappi sconcertanti, tra abbandono e azzardo, tra dimensione acustica e digitale, tra interplay e sfarinamento sonico – e perciò nutritive.

C’è come una strategia di depistaggio che impedisce di mantenere l’ascolto su una rotta rassicurante nel momento stesso in cui credi di avere riconosciuto le coordinate, e viceversa. Il risultato è il pop di qualità più convincente che mi sia capitato di ascoltare in tempi recenti, costruito con la cassetta degli attrezzi e la tavolozza del pop-rock alternativo e “di ricerca” (che non significa necessariamente “ricercato”) e concedendo poco o nulla alle formattazioni sanremesi sul fronte delle orchestrazioni.  

Fin dall’iniziale Nenia, capita perciò di fare i conti con memorie kraut e art-wave neanche troppo omeopatiche mentre la melodia – in bilico tra invocazione e languore – si snoda tra emulsioni di cori trattati elettronicamente. Più avanti l’ipnotica Tentativo per l’anima ricorda un po’ certi incantesimi Scisma affidati a Sara Marzo, col bridge che sorprende sfoderando suggestioni etniche bjorkiane, mentre Distrarsi saltella sintetica tra pennellate d’organo, sussulti di vibrafono e sbuffi di fiati, lasciando immaginare un Paolo Benvegnù colto da fregole Stereolab e Üstmamò.

Altavilla non è, grazie al cielo, una virtuosa, non calca la mano sulla performance in modalità talent ma sfodera una naturalezza febbricitante, consapevole che alzare il piede dall’acceleratore (vedi la conclusiva Quaggiù col suo incedere dimesso e grave tra astrazioni da golfo mistico in trance) è importante tanto quanto buttarsi di testa e cuore senza paracadute. Mi ricorda in questo l’approccio della Cristina Donà più matura: a quest’ultima fa pensare la rumba narcolettica e spiovente di Epidermide (bellissimo il crescendo di batteria, tastiere e fiati), così come quella Sotto le ossa che col suo passo lento e sbucciato rimanda anche al Marco Parente più etereo.

Insomma, davvero un bel disco, suggestivo e spiazzante, ricco di dettagli e stratificazioni che promettono di rivelarsi col tempo ma che si rivelano funzionali anche per un ascolto più – massì – leggero. Se non fossi un incallito pessimista, potrei persino illudermi di incontrare un paio di queste canzoni in qualche programmazione radiofonica insospettabile, magari tra un pezzo di Madame e uno dei La Rappresentante di Lista. Perché no? Se non fossi un incallito, irreversibile pessimista, lo spererei davvero.

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