Recensioni

I Lambchop non sono mai stati una band canonica. Ruotano da sempre attorno all’estro di Kurt Wagner, e questo vale tanto per l’organico che per la direzione musicale, di cui è impossibile tracciare una vera e propria rotta. Somiglia più a un divagare, a un muoversi da rabdomanti sul falsopiano dell’ispirazione, inseguendo suggestioni e ipotesi fino al loro spegnersi per poi annusare l’aria e, casomai, proseguire. Eppure proprio in questo aspetto una qualche organicità si intravede: ad esempio, il bisogno di tracciare perimetri stretti mentre tutto intorno i gradi di separazione si dissolvono, il gusto per la focalizzazione su pochi elementi, l’album come esperienza a sé, momento espressivo conchiuso.
Nel caso specifico, la molla che ha innescato Showtunes – il loro album numero sedici – pare essere stata una recente scoperta di Wagner: convertendo parti di chitarre in tracce di pianoforte MIDI, si è ritrovato inaspettatamente in grado di “suonare” il piano. Da questa premessa sono nate le otto nuove canzoni, non più spinte dalla chitarra quindi ma come coagulate sulla trama più eterea del “piano”, gocce di brina su una ragnatela armonica e melodica. La dimensione acustica e quella sintetica si sovrappongono e compenetrano come banchi di nebbia, si addensano e dissolvono, dando vita a strani marchingegni androidi spennellati di fiati e tastiere, come ad esempio la sconcertante Drop C, nella quale il prefisso post- sembra saltellare senza posa davanti a soul, rock e jazz, un po’ come la sequenza in loop di un’allucinazione Canterbury.
Come già in tempi recenti abbiamo sentito dichiarare da altri musicisti, Wagner ha voluto precisare che la scrittura è avvenuta prima che scoppiasse la pandemia, quindi parole come “If sunlight were our best disinfectant” oppure “Life will be the death of us all” non avrebbero niente a che vedere con la realtà distopica in cui siamo precipitati da inizio 2020. Non c’è alcun motivo per dubitare della parole del buon Kurt, anche se A Chef’s Kiss – da cui i versi sono tratti – è opening track intrisa di una strana, evanescente gravità che sembra distillata proprio dalla scivolosa apprensione di questi giorni.
Non è difficile lasciarsi ipnotizzare da un disco del genere, più complicato è semmai valutarne il peso specifico, parametro offuscato dalla forma – ehm – sformata delle canzoni, dal loro spampanarsi farraginoso come se fossero state concepite una vampa alla volta, procedendo a naso tra gli abbagli sonici in un crepuscolo dilatato. Si senta a tal proposito Fuku, quel suo avviarsi tra umori sintetici soul-funk e la progressiva resa a un languore jazz da brass band digitale: viene in mente una cospirazione Gastr Del Sol, Robert Wyatt e – addirittura – Talk Talk altezza Laughing Stock, questi ultimi presenza ancora più evidente nella sottrazione assorta di Unknown Man (al netto della bava di autotune, che Wagner ormai indossa come una felpa vecchia).
Tutto sembra quindi oscillare tra estemporaneo e necessario, tra soundtrack e sonorizzazione: aspetto, quello cinematico, che emerge ancor più negli strumentali, vedi l’enfasi corposa e sdrucita di Papa Was A Rolling Stone Journalist (bello e sostanziale il lavoro di James McNew – uno dei tre Yo La Tengo, ça va sans dire – al contrabbasso) e Impossible Meatballs col suo bassorilievo folk incorniciato da pennellate luminose di fiati, quest’ultima soprattutto debitrice di certe allucinazioni Jim O’Rourke in fregola John Fahey.
Stupisce un po’ che la scaletta vada a chiudersi all’insegna del crooning più piano e arrotondato di The Last Benedict, una malinconia da Randy Newman esausto, così teatrale che sembra quasi di vedere l’occhio di bue illuminare l’anfitrione riluttante al centro della scena, mentre alcuni sample operistici condiscono fantasmatici l’atmosfera. È la risacca dopo l’onda che si è allungata a sommergere i punti di riferimento nella mezz’ora (scarsa) precedente, il risveglio dopo un bagno di sogni inafferrabili.
Dovessi interpretare i Lambchop di Showtunes, direi che hanno voluto parlare all’inconsistenza della nostra attuale condizione individuale e storica attraverso canzoni che sembrano negare se stesse nel momento stesso in cui emergono dal silenzio. A quale scopo? Forse per sottolineare un fatto evidente: viviamo in un puzzle di falsi movimenti, dove niente possiede abbastanza forza per oltrepassare lo stato di apparizione. Le luci sul palco ti sorprendono, ti abbagliano, ma si spengono dopo un attimo: è il momento brevissimo in cui si rimane intensamente soli. Ed è dove vivono queste canzoni.
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