Lemon Twigs
I Lemon Twigs in una foto promozionale del 2023. Photo credit: Stephanie Pia

Migliori album 2023. Tutto è armonia, playlist e riflessioni di Antonio Pancamo Puglia

Da un lato la maestria che solo la maturità può dare; dall'altro l’esuberanza, la passione e la ricerca della canzone pop perfetta

I just looked into my life….
Blur, The Ballad

And I’m so obsessed when it’s everything harmony
The Lemon Twigs, Everything Harmony

Non solo solito adoperare la prima persona quando scrivo; così mi è stato insegnato agli albori della mia vita giornalistica (in quell’era di passaggio tra i due millenni, quando usare l’”io” era ancora assolutamente proibito e non, anzi, normale o addirittura caldeggiato come oggi), al punto che ho finito per adottare tale impostazione come default ogni volta che mi trovo seduto a battere sui tasti per qualcosa che deve essere pubblicato al di fuori della mia bacheca social. (Anche se non ve lo state chiedendo ve lo dico lo stesso: sì, come molti, all’inizio di Facebook, scrivevo gli status in terza persona – ma anche quella era un’era di passaggio, deo gratias).

Se per questa occasione mi sto sforzando di trasgredire tale regola autoimposta è proprio per rimarcare, se fosse ulteriormente necessario, la natura del tutto personale e autoreferenziale di quello che state leggendo. Ovvero, un resoconto più o meno ordinato e logico  di quanto di buono io ho trovato da ascoltare nel 2023, senza alcuna presunzione di oggettività o assolutezza, come d’altronde faccio ormai da tempi non sospetti. Certo, lo starete leggendo un po’ ovunque, sia da parte di appassionati, amici e utenti in genere che anche di alcuni miei colleghi (ogni riferimento a Stefano Solventi è puramente voluto), ma chi vi scrive ci tiene a precisare che ha sempre avuto una enorme difficoltà a redigere classifiche, a mettere voti, a ordinare e quant’altro, e quando lo ha fatto è stato sempre controvoglia se non con la metaforica pistola puntata alla tempia, motivo per cui è ormai da un pezzo che non faccio una classifica di fine anno vecchio stile, con annessa pretesa di oggettività, cercando di allinearmi a chissà quale trend che avrebbe identificato il disco per eccellenza  dell’anno appena trascorso (per un attimo mi era tornata la terza persona, ve ne siete accorti? Mannaggia).

Quindi no, non vi parlerò anche io di come ormai viviamo in un eterno presente dove il futuro somiglia al passato e il passato fa parte del presente, in cui tutto è fermo e l’individualismo regna sovrano e la musica ha perso il suo ruolo centrale di aggregatore sociale, culturale ed estetico; è un discorso che va avanti in pratica da quando ho iniziato a pubblicare scritti di musica su questo sito (una ventina di anni fa), quindi mi sono abituato presto a tale andazzo e, soprattutto, non ho mai dato troppa importanza in primis alle mie, di liste.

Al posto di una “classifica” troverete alla fine di questo mio lungo sbrodolamento un elenco di titoli che, un po’ per vigliaccheria e un po’ per incapacità, non ho voluto – se non parzialmente – mettere in ordine di “grandezza”, affidandomi a una certa randomness e all’affetto che ho provato per alcuni più che per altri, restando sempre nell’ambito di quei generi, ambiti e discorsi musicali che ho amato prediligere (e no, non avrò la pretesa di parlare di generi che non tratto o ascolto di solito: pur riconoscendo la bontà, per dire, di una Fever Ray mi guardo bene, non frequentando assiduamente quei lidi, dall’esprimere in giudizio compiuto in merito, mentre non so francamente quanto sia il caso di tediarvi con le mie molto grosse perplessità riguardo dischi e artisti altrove ben accolti come Lankum o Caroline Polachek).

Ma questo non significa che io non creda in assoluto nelle classifiche. Al contrario, penso che nel mare magnum – o meglio, nel grande stream – in cui è facile perdersi e disorientarsi e relativizzare tutto, sia ancora indispensabile affidarsi all’autorevolezza di una classifica redatta secondo criteri che provano ad essere – perdonate l’ossimoro – relativamente assoluti.

Per questo motivo, per recuperare alcuni titoli che io stesso mi ero perso, ho fatto a mia volta affidamento alla classifica ufficiale di SA, a cui vi rimando, e da cui parto per confermare dal mio punto di vista la bontà dei lavori di Murder Capital, Squid e Anohni, titoli molto ben piazzati dalla redazione di SA che hanno infine trovato posto tra i miei ascolti, pur non rientrando tra le mie primissime scelte. Se i primi due confermano la sostanziale bontà della recente tornata di band new wave britanniche, soprattutto nella ricerca di contaminazioni e di una scrittura più profonda che non vada oltre la copia carbone degli originali (a questi, aggiungerei i sempre buoni, ma non a questo giro ottimi, Protomartyr), l’ultimo lavoro dell’ex Antony e dei suoni Johnsons è indubbiamente di una bellezza spiazzante, per come risuoni di autentico soul, senza manierismi, andando al cuore delle cose con una espressività e una maturità da manuale (in particolare Silver Of Ice, il tributo al maestro, mentore e amico Lou Reed, è riuscito a toccare le mie corde più profonde).

La maturità, d’altronde, è un motivo ricorrente che ho cercato e felicemente trovato in molti dischi che mi sono finiti tra le mani. Parecchi nomi affermati, quest’anno, hanno dato alle stampe album ispirati, forti, importanti: fedelissimi a se stessi e alla loro fama, i Yo La Tengo con This Stupid World hanno fatto man bassa di apprezzamenti tra vecchi e nuovi cultori dell’indie rock (che vi ricordo, cari lettori, è un termine che designa un “non genere” americano nato qualche lustro fa ed esploso nei ’90), ma anche gli stessi Belle And Sebastian con Late Developers (che già avevano pubblicato un album nel 2022) o Slowdive, anche se nel caso di questi ultimi a mio avviso vale più, in assoluto, l’affetto del pubblico verso il loro genere e la loro storia che il valore intrinseco del pur buono Everything Is Alive (stesso discorso vale, mutatis mutandis, per i Blonde Redhead).

A mio avviso, si collocano su un gradino leggermente più alto i redivivi New Pornographers: il loro Continue As Guest sembra non essere andato molto al di fuori del radar dei fan della band e del genere, ed è un peccato perché l’ensemble di Carl Newman e Neko Case ha ancora da insegnare qualcosina su come si scrive una canzone pop intelligente (vedi Pontius Pilate Home Movies). E qui arriviamo ben volentieri ai maestri e dominatori assoluti in questo campo: The Girl Is Crying In Her Latte non è stato soltanto l’ennesimo, ottimo disco degli Sparks (continuando la serie di discreti lavori recenti), ma si è rivelato un vero e proprio trionfo, acclamato un po’ ovunque, che ci ha restituito i terribili fratelli Mael (ultrasettantenni a chi?) dissacranti, ironici e geniali come non mai nella loro satira pop unica ed inimitabile. E non possiamo non citare sulla stessa scia i Depeche Mode di Memento Mori: un altro centro da parte di un nome dalla storia pluridecennale, probabilmente il loro migliore da una ventina d’anni a questa parte, grazie anche alla produzione e alla ricerca sonora di James Ford e della nostra Marta Salogni e allo zampino di Richard Butler (Psychedelic Furs) in fase di co-scrittura.

E tra i ritorni più attesi e celebrati dell’anno, dopo un iniziale scetticismo mi sono lasciato anche io sedurre lentamente dal fascino ancestrale di I Inside The Old Year Dying, che mi ha restituito una PJ Harvey che mi mancava da un po’, nella giusta misura tra l’artista concettuale a tutto tondo delle prove immediatamente recenti e il folk blues del mio amatissimoTo Bring You My Love, con una rinnovata consapevolezza. Fuoriclasse assoluta, proprio come quei Wilco che vorrei tanto non includere nelle mie liste di fine d’anno ogni volta che pubblicano qualcosa di nuovo (è già capitato l’anno scorso con il monumentale Cruel Country) e invece me l’hanno fatta anche stavolta, assoldando a sorpresa una produttrice esterna come la geniale Cate Le Bon per le coloratissime canzoni di Cousin, riuscendo ad essere i soliti ma sempre con quel qualcosa in più, di diverso a spostare il discorso sempre un po’ più in alto – o di lato – rispetto agli altri.

Chiuderei la carrellata sui ritorni del 2023 con quello che, più che un vero comeback, è l’ultimo saluto da parte di un amico: il postumo Bird Machine (da considerare a tutti gli effetti un album nuovo degli Sparklehorse e non un’uscita di archivio) ha raccolto le ultime canzoni registrate dal compianto Mark Linkous, mettendoci di nuovo di fronte al suo fragile genio. Ultima menzione d’affetto per il John Cale di Mercy: forse l’album in sé, così lungo e troppo pieno di collaboratori, non ha retto con gli ascolti agli entusiasmi iniziali, ma trovo indispensabile tributare il dovuto rispetto a una leggenda in continuo, instancabile movimento all’alba delle sue prime ottanta primavere.

Aprendo una veloce parentesi su ristampe e riedizioni, onore alla spagnola Guerssen per aver convinto il super outsider Oliver Chaplin a dare alle stampe Stone Unturned, raccolta di inediti di metà anni ’70 per un nome di straculto della musica weird; discorso a parte merita invece la spettacolare riedizione di Tim dei Replacements, che presenta un inedito mix di Ed Stasium che di fatto riscrive la storia di uno dei dischi alternative più importanti di una delle più importanti band di culto degli anni ’80.

E, certo, mi sono occupato come di consueto delle novità in campo Beatles con i nuovi, ottimi mix delle antologie Red e Blue; lasciatemi però dire in ultimo luogo che al netto dell’emozione indescrivibile di riascoltare la voce di John Lennon in un inedito, della sincera passione (mista a consueta onnipotenza) di Paul McCartney  nel portare avanti un progetto a cui doveva tener molto (al netto delle perplessità in vita di Harrison e dei limiti tecnici superati con l’AI), del fatto che la canzone in sé finisca per parlarti del significato dell’amicizia oltre la vita e il tempo…. l’intera operazione Now And Then, per come realizzata e concepita, a conti fatti non era affatto necessaria, se non in termini di ennesimo rilancio del brand in un mondo dominato da Taylor Swift, e per la prima volta nella mia vita ho provato disagio, fastidio e profonda delusione di fronte a qualcosa che reca su di sé il marchio Beatles, nella fattispecie l’esecrabile video di Peter Jackson, specchio di tempi in cui la nostalgia travalica il buon gusto nel tentativo di essere ironico ed umoristico come un meme nato male e invecchiato peggio (ecco, l’ho detto).

Il che mi porta pindaricamente a una breve riflessione sul nostro Paese, apparentemente refrattario – a livello di mainstream, cioè quasi in assoluto – a ciò che avviene globalmente, nel resto del mondo, dominato com’è da trap, rap e pop in una completa autoreferenzialità autoctona: Now And Then credo si sia fermata al di sotto del cinquantesimo posto in classifica, e per trovare la Swift, il massimo fenomeno mondiale del momento, o anche solo un nome che non sia italiano, ci vuole la lente di ingrandimento.

Che questo sia dovuto all’andazzo generale dettato da social, media e influencer che creano e guidano l’industria e che sono recepiti passivamente dal pubblico, o piuttosto, complottisticamente, al “sistema” denunciato da Morgan (vedi gli attacchi a Bellissima di Annalisa e al suo autore, Davide Simonetta), poco mi importa. Tra gli italiani ho seguito soltanto le vicende super-pop (con tanta voglia di alternatività) di Colapesce e Dimartino, e ho preferito piuttosto affidarmi a ciò che mi ha presentato il sottobosco. Doveroso segnalarvi anche qui il prog canterburyano degli Homunculus Res, il power pop degli Zac, l’avant pop degli Aguirre, il noise rock vulcanico dei Long Hair In Three Stages, lo slow core dei Silent Carnival, lo shoegaze romanticissimo di Novanta, l’it-pop strambo e disperato di Doriah.

Andando al cuore della mia lista, a parte una sola eccezione (a confermare proverbialmente la regola), come vedrete le sorprese più belle mi sono arrivate da artisti in ascesa, da esordienti o da progetti e collaborazioni inedite. Sul versante folk, segnalo la definitiva fioritura ed affermazione di Emma Tricca, che coadiuvata da una band stellare (con membri di Dream Syndicate e Sonic Youth) ha realizzato Aspirin Sun, un disco di autentica, visionaria e poetica psichedelia. Con Brain Worms, gli RVG della fantastica Romy Wager hanno raggiunto un’espressività autoriale in grado di elevare l’idioma indie rock a mio avviso meglio, e più, di nomi altrove celebrati come Wednesday e Bar Italia – anche qui, non basta ricalcare i pur amati stilemi anni ’90, se manca quella cifra personale che solo un vero autore di canzoni è in grado di dare.

Poker d’assi assoluto per King Tuff (Smalltown Stardust). Ethan P. Flynn (Abandon All Hope), Cut Worms e B.C. Camplight (The Last Rotation Of Earth): tutti autori di dischi eccellenti e irrinunciabili, congiunzione perfetta di cantautorato e pop d’autore. Quattro lavori diversi tra loro ma accomunati da un talento ben al di sopra della media e una visione straordinariamente a fuoco, nonostante si tratti di artisti relativamente giovani (aggiungerei al lotto gli album di Jonathan Rado e Alex Pester, recuperati troppo tardi per essere inseriti nella mia lista). Stesso discorso vale per l’esordio solista del ventinovenne Grian Chatten dei Fontaines DC, Chaos For The Fly, album blasonato e apprezzatissimo che non poteva non accogliere anche i miei favori, per come è riuscito a rivelare un’inattesa varietà stilistica ed espressiva e una potenza di scrittura in grado di travalicare il post-punk dell’eccellente band madre. Sullo stesso versante di eccellenza si colloca l’esordio omonimo di The Waeve (progetto di Graham Coxon insieme alla compagna Rose Elinor Dougall) intriso di un romanticismo e una classe totali e spiazzanti, per come le due sensibilità sono riuscite a fondersi in un vero labour of love che da una spessa coltre post-punk e sperimentale lascia emergere melodia e sentimento. E qui arrivo infine ai miei due dischi del 2023, che in qualche modo sintetizzano e rappresentano le due tendenze che ho individuato e voluto inseguire nei miei ascolti.

The Ballad Of Darren dei Blur è l’epitome del concetto stesso di maturità, prova tanto inattesa quanto impressionante da parte di uno dei nomi più importanti della storia del rock recente ancora in attività, dimostrazione di come lo status acquisito di leggende viventi non impedisca di avere ancora qualcosa di importante, inedito e urgente da dire, scavando nel profondo e rivelando momenti di estatica, malinconica bellezza. Che uno dei lavori migliori dell’anno arrivi da una band che ha esordito nel 1991 ha un che di miracoloso, eppure naturale, se solo accettiamo che il tempo che passa ci cambia e può renderci, in qualche modo, migliori.

Everything Harmony dei Lemon Twigs incarna, invece, la ricerca infinita e – per fortuna! – mai conclusa della perfetta canzone pop, una storia che dura da quando esiste il rock and roll e di cui i due fratelli ventenni Brian e Michael D’Addario sono fieri e sfacciati continuatori, nel solco di una tradizione che parte dai Beach Boys e Simon And Garfunkel, attraversa i Big Star, gli XTC e il garage rock, lambisce sorniona il camp dei Bee Gees, sfiora il cantautorato più sublime e confessionale degli anni ’70, si avventura in spericolatezze melodiche e armoniche di apparente semplicità (e pazzesca complessità), e finisce da qualche parte dove tutto è armonia.

Da un lato le riflessioni dolenti di Damon Albarn sul tempo che passa, e la maestria di lui e compagni nell’esprimere tutto ciò in un lavoro conciso, essenziale eppure ricchissimo; dall’altro l’esuberanza dei D’Addario, il loro amore assoluto e totalizzante per la canzone nella forma più classica, la loro passione, giocosità e talento smisurato e potenzialità espressive infinite. Questo è quello che mi aspetto, ancora, dalla musica come compagna di vita (mia e, credo, vostra, al netto di tutte le considerazioni apocalittiche sul suo ruolo e la sua centralità ormai persi) e, personalmente, non potevo chiedere di meglio a questo 2023. Ci rivediamo nel 2024 (in terza persona).

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