Recensioni

Tic, tic, tic, tic … Fa un po’ impressione pensare che sono trascorsi più di vent’anni da Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, i due capisaldi degli anni 00s che hanno fissato in alto il nome Wilco tra i pesi massimi assoluti di un campionato, quello delle band, di cui oggi resta solo un lontano ricordo (diremmo anche dello sport, il rock, ma è davvero così? Ok, non divaghiamo…).
Fa forse ancora più impressione considerare come tra Sky Blue Sky, il disco del consolidamento definitivo (di line up, di suono, di estetica, di classicità in termini totali), e questo Cousin intercorrano la bellezza di sedici – sedici! – anni. Pensate, è come quando nel 1985 ci si ritrovava davanti a un nuovo disco di qualcuno che aveva raggiunto il picco nel 1969. Trovate voi gli esempi: ce ne sono a bizzeffe. Strano eh? Allora, gli anni sì che facevano la differenza.
Oggi no, ci stupiamo piuttosto del contrario, accorgendoci del tempo trascorso solo se ci fermiamo a contare gli anni, immersi come siamo nel nostro eterno, dilatatissimo, presente. E in effetti, a dispetto dei numeri del calendario o della discografia (questo è l’album n. 13, non contando progetti e divagazioni soliste), è sempre la stessa band del 2007, che non è mai andata via e non ha avuto cali di popolarità o di consenso (nemmeno nella qualità dell’output, al netto di una inevitabile ripetitività-standardizzazione della formula), forte della credibilità d’acciaio forgiata e costruita canzone dopo canzone, album dopo album, concerto dopo concerto e saputa mantenere con un’attività costante. Detto altrimenti, i Wilco sono il sogno realizzato di ogni appassionato rock: la band perfetta e potenzialmente eterna, ed è quindi fattualmente impossibile anche solo provare a dire qualcosa di negativo al loro riguardo – semplicemente, non sarebbe onesto (e anche un pochino stupido, solo a provarci).
Ecco perché chi scrive (e anche molti di voi, ne siamo convinti) si è trovato in difficoltà all’annuncio di un altro, nuovo disco di inediti a poco più di un anno dal monumentale Cruel Country: un doppio che, in questa fase di carriera – iniziata, diremmo, con il ritorno alla forma di Ode To Joy dopo alcuni anni (e album) di maniera e divertissement, tutto sommato meritati – faceva il punto della situazione (sul gruppo come organico di musicisti; sul country come genere fondante; sull’America come Paese da amare e odiare insieme, alla luce della storia e delle contraddizioni del 21mo secolo), assumendo da subito la statura di statement definitivo, di pietra miliare oltre la quale non era pensabile andare.
E invece le cose non stavano proprio così, perché già nel gennaio 2019 Tweedy e soci avevano preso contatti e iniziato a collaborare con Cate Le Bon, un’artista che lì per lì non assoceresti all’ensemble di Chicago; facile poi presumere come lo stop pandemico abbia contribuito all’allungarsi dei tempi e all’accavallarsi dei progetti (d’altronde lo stesso Cruel Country è uscito in formato fisico soltanto all’inizio di quest’anno per problemi manifatturieri). Sia come sia, la scelta di collaborare con un esterno in veste di produttore, cosa che non avveniva dai tempi di Jim O’ Rourke più di quattro lustri fa (suo lo zampino nei due mastodonti citati in apertura, nonché sodale nel progetto Loose Fur con Jeff Tweedy e Glenn Kotche), è senz’altro indice di un’insaziabile volontà di rimettersi costantemente in gioco.
Vuoi anche perché la musicista gallese, in tre lustri di carriera, ha a sua volta saputo costruirsi una credibilità piuttosto solida, lontano da certo hype (a differenza, per dire, di una St. Vincent), dimostrando di essere artefice di un universo sonoro peculiare e di un approccio alla composizione dei suoni, che non potevano che sposarsi con il coté più sperimentale della musica dei Wilco, cioè con tutto quello rimasto fuori da Cruel Country e pure declinato, in maniera molto minimale, in Ode To Joy.
Laddove il doppio dell’anno scorso riportava tutto a casa, qui si riconquista un massimalismo art-pop che, pur trovando alla lontana un antecedente nel glorioso Summerteeth (ode al compianto Jay Bennett, eroe tristemente dimenticato della saga), sa regalare ancora sorprese ed emozioni. Non ci sembra affatto un caso che l’apertura si chiami, appunto, Infinite Surprise: un’avventura sonica di rumori e glitch dalle cui trame emerge il fantasma di una canzone che più Tweedy non si può (“If you were only you, If I were only me / If you were only you, What would I be?”, e poi quel “It’s good to be alive / it’s good to know we die” che va a riannodarsi dritto al proverbiale “You have to learn how to die, if you want to be alive” di War On War), fra il ticchettio di un orologio (tic, tic, tic, tic … appunto) e interventi strumentali sempre diversi, in modalità pop-up.
Una dichiarazione di intenti che viene mantenuta nel corso dell’intera scaletta, ad eccezione forse degli episodi più pop e “singolabili”(Evicted, che ha una levità che sembrava latitare da un po’, o Levee con il suo incedere Fleetwood Mac – al netto della tensione degli accordi – e il ritornello aperto, o ancora la conclusiva e festosa Meant To Be, che vira lennoniana verso inattesi lidi ELO); tutto funziona al meglio soprattutto quando a un songwriting incredibilmente sempre in stato di grazia corrisponde un abito sonoro che sa essere atmosferico, umbratile e sperimentale, vedi le eccellenti A Bowl And A Pudding (Dylan accompagnato da John Fahey, tra dissonanze fantasmatiche e testo in flusso di coscienza) e Pittsburgh (il Neil Young allucinato della seconda metà ’70, tra rumorose bordate di synth, visioni e deviazioni quasi jazz reminiscenti della vecchia You Are My Face), laddove Ten Dead rispolvera a suo modo l’amore mai sopito per Bill Fay. Ma è forse la stessa Cousin a riassumere tutte le direzioni del disco e la solida idea su cui poggia, caracollando capricciosa e storta su un tempo dispari e riuscendo, tuttavia, ad essere anche melodica, orecchiabile e cantabile – miracoli che riuscivano solo ai primi Go-Betweens, e scusate se è poco.
Ecco dunque che, pur somigliando ad altre cose nel catalogo della band (Yankee Hotel Foxtrot in primis, di cui non ha – non può avere – la gravitas in fase di scrittura, per non disturbare il vecchio progetto Loose Fur, con cui Sunlight Ends sembra pure avere una certa parentela), Cousin rappresenta – incredibile dictu – qualcosa di non ancora detto dai suoi protagonisti. Provando a buttare giù una definizione ad effetto, è il disco new wave dei Wilco: nell’accezione più ampia del termine – ovvero: angolare e obliquo rispetto alla norma ma al contempo estremamente curato e raffinato nella concezione sonora ed estetica. Con quel tocco di colorata psichedelia che non guasterà mai.
Non sarà, forse, un punto fermo come il suo ingombrante predecessore ma afferma – e non è cosa da poco, credeteci – qualcosa di importante: in quel campionato ormai scomparso cui si accennava in apertura, un produttore può (e in un certo senso, deve) fare ancora la differenza, mettendo al servizio della band la propria sensibilità artistica in uno spirito di autentica collaborazione. È sempre più raro che avvenga. Ci arrendiamo, felici.
Lode ai Wilco. E a Cate Le Bon.
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