Recensioni
The Beatles
1962-1966 / 1967-1970 (2023 edition)
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Antonio Pancamo Puglia
- 21 Novembre 2023

Indubbiamente, il 2023 passerà alla storia come l’anno in cui i Beatles hanno pubblicato la loro ultima canzone. Qualsiasi cosa si possa pensare sulla tanto discussa Now And Then (“non è una vera canzone dei Beatles, sono finiti nel 1970 – anzi lo è, perché ci suonano tutti e quattro”; “non può essere considerata parte del canone – ma allora Free As A Bird e Real Love?”; “ma che fine ha fatto quell’altra sezione del demo originale?”; “ma quanta erba pipa aveva fumato Peter Jackson quando ha concepito quel video?”; “ma allora i Rolling Stones?”), l’evento è stato talmente deflagrante – e, ammettiamolo, riuscito – da non poterlo derubricare a semplice colpo ad effetto, a operazione nostalgica dal sicuro, telefonatissimo esito. Perché quel numero uno in classifica UK e US, con una Taylor Swift alle calcagna e a cinquantaquattro anni dall’ultima volta (era il 1969 di Ballad Of John And Yoko, pensate) è un cortocircuito temporale che parla da sé, e dice davvero tutto quel che c’è da dire su questi strani tempi in cui viviamo, più che sul fenomeno Beatles in sé. (Sì, il fatto che l’evento non abbia minimamente sfiorato il nostro Paese – numero 52, in una classifica FIMI dominata dalla trap e dal pop nostrano – rientra anch’esso nella norma).
Dunque, archiviata una volta per tutte la questione e lasciando ai posteri la sempre ardua sentenza (come rivedremo tutto questo tra qualche anno, quando sarà la natura delle cose ad aver riunito definitivamente i Fab Four, senza bisogno di posticci e tragicomici effetti video da meme dozzinale?), va detto in tutta onestà che l’onnipresenza sul mercato dei Quattro in questo primo scorcio di ventunesimo secolo fosse comunque già un dato di fatto. Ci si è ormai abituati, a cadenza praticamente annuale, a una nuova riedizione dal catalogo più amato e venerato della musica pop. Non semplici ristampe, si ricordi: nuove versioni, interamente remixate per l’occasione da Giles Martin.
Ultimo, in ordine, era stato nel 2022 Revolver: complice la miracolosa tecnologia di “demixing” che aveva consentito al team del regista neozelandese il recupero audio delle registrazioni di Get Back, era stato finalmente possibile travalicare i limiti tecnologici dell’epoca e arrivare a una separazione dei singoli suoni semplicemente impensabile prima, oltre che fattualmente irrealizzabile (è così, peraltro, che si è potuto lavorare al demo di Lennon di Now And Then, com’è noto).
La fanbase a questo punto si sarebbe aspettata si proseguisse con il resto del catalogo, magari continuando a ritroso con Rubber Soul, o spostandosi di lato verso Magical Mystery Tour. O magari Past Masters, chissà. L’annuncio a metà 2023 della final song da parte di McCartney lasciava però presagire che stavolta ci fosse in ballo qualcosa di diverso. Magari un’altra Anthology, dato che quella canzone faceva in origine parte di quel progetto? La risposta stava più o meno nel mezzo: invertita di nuovo la direzione in avanti, si arriva – sorpresa! – alla celebrazione di un altro cinquantennale ovvero al 1973, anno di pubblicazione delle storiche antologie 1962-1966 e 1967-1970, altrimenti note come Red & Blue.
Se il giudizio della Storia sul manager Allen Klein (villain per eccellenza della saga beatlesiana) resterà spietato e implacabile, è a lui che va riconosciuto il merito, non da poco invero, di ideare e mettere sul mercato queste due raccolte, una copia delle quali non è improbabile abbia abitato (o abiti ancora) una delle vostre case. Nate per arginare il proliferare di uscite non autorizzate che iniziavano a inizio 70s a inondare il mercato, la Rossa e la Blu, con quei meravigliosi scatti di copertina speculari (eppure riciclati: uno dall’esordio Please Please Me, l’altro dall’abortito album Get Back, poi trasfiguratosi in Let It Be), hanno rappresentato per anni l’iniziazione alla musica dei Beatles, un “portale” a cui il pubblico è rimasto nei decenni affezionatissimo (come testimoniano le ancora recenti ristampe delle edizioni “regolari”).
Come per le precedenti edizioni deluxe uscite a partire dal 2017, la già corposa scaletta di entrambi i dischi è stata per l’occasione espansa: ben ventuno canzoni, dodici per Red, nove per Blue (inclusa, con un certo arbitrio e sagacia commerciale, la stessa Now And Then), tra cui alcune cover non incluse in origine (Twist And Shout in primis, ma anche il gioiellino You Really Got A Hold On Me), deep cuts (I Saw Her Standing There, Glass Onion) e diverse canzoni di Harrison, autore poco rappresentato nelle tracklist dell’epoca, che raggiunge oggi una quota del tutto rispettabile – così come il citato Revolver, che fa adesso la parte del leone.
Ma il vero motivo di interesse per cui questa uscita merita un ascolto – e un discorso – più approfondito a prescindere dal valore storico-archivistico risiede nei nuovi mix a opera di Giles Martin, l’uomo che – lo si ami o lo si odi – ha dal 2017 l’onere di traghettare suoni registrati con tecnologie e mezzi del ventesimo secolo all’era dell’ascolto compulsivo e digitale, in un azzardato (e però, il più delle volte, riuscito) tentativo di aggiornare quel catalogo alle orecchie moderne, cercando da un lato, ove possibile, di mantenere il fascino e la potenza del missaggio mono originale, dall’altro equilibrandosi verso uno stereo il più possibile avvolgente.
Di questo trattamento, complice il citato demixing, godono adesso le registrazioni più datate, ovvero tutte le tracce anteriori al 1966 (inclusa una corposa selezione dall’atteso Rubber Soul, che varrebbe da sola il prezzo del biglietto, a meno della paventata uscita dedicata in futuro), alcune delle quali in origine pubblicate soltanto in mono come il primissimo singolo Love Me Do. In tal senso, ascoltare la nuova versione di 1962/1966 è un’esperienza rivelatrice, esaltante, per il modo in cui dei suoni “schiacciati” e imprigionati dai limiti dell’epoca in sole due o quattro tracce acquistino adesso una multidimensionalità che non mistifica ma, se possibile, rivela ciò che prima non poteva emergere: l’interplay, i dettagli della performance, le finezze di arrangiamento, gli spazi, l’ambiente. In altre parole: il suono dei Beatles (il basso, la batteria, le chitarre, le voci – tutto finalmente separato eppure presente in ogni dettaglio), così come era prima dei “trucchi” in studio. Basti sentire l’attacco di I Want To Hold Your Hand per capire di cosa si sta parlando: un’esperienza davvero appagante, che non sostituisce lo storico ma semmai lo arricchisce.
Senza troppo addentrarci nello specifico e lasciando a chi ascolta il piacere della (ri)scoperta, va comunque puntualizzato come le scelte di Martin restino del tutto soggettive e lontane da una perfezione ideale (che, beninteso, non esiste, a meno che non siate puristi fanatici del mono originale e vi basta e avanza solo quello: ci sta). Valga quindi il discorso opposto quando il mix diventa un azzardo, come nel caso di molte tracce della Blu (diverse delle quali già edite nelle precedenti riedizioni) e in particolare I Am The Walrus, che finalmente viene recuperata in full stereo (la traccia originale era parzialmente in mono) ma il cui finale suona decisamente diverso da come ce lo ricordavamo; a controbilanciare, i nuovi mix di Magical Mystery Tour, Old Brown Shoe e Hey Bulldog, tracce “minori” di una scaletta che ha dentro cose come Hey Jude e Strawberry Fields Forever.
E qui ci fermiamo, ché aggiungere qualsiasi altra cosa su quelle canzoni suonerebbe semplicemente stonato. Fino alla prossima (ultima?) uscita.
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