Recensioni

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Gli RVG hanno presentato questa loro terza fatica, la prima da Feral (2020) nonché la prima su Fire Records, come «l’antitesi di un album post-pandemico». Già, ma com’è fatto un album post-pandemico? Non ci sono precedenti. Ai tempi della Spagnola, cioè l’ultima emergenza sanitaria paragonabile – per dimensioni – a quella da Covid che abbiamo vissuto fino a un anno fa, i dischi praticamente ancora non esistevano. Era già difficile immaginarselo un vinile, figurarsi un vinile post qualcosa. Ci resterà il dubbio.

Invece, il dubbio eventualmente relativo alle qualità della band di Melbourne è dipanato da Brain Worms, lavoro che segna un cambio di passo nella produzione di Romy Vager e soci. La cifra post punk è confermata, le influenze sono tutt’altro che rinnegate, ma l’elaborazione dell’articolato è più raffinata e la scrittura fa un salto di qualità rispetto alle pur lodevoli manifestazioni dei precedenti due dischi, con il quartetto che si è spinto più in là non solo stilisticamente ma anche fisicamente, visto che le registrazioni hanno avuto luogo agli Snap Studios di Londra, sotto la supervisione di James Trevascus (già al banco mixer con Billy Nomates, Nick Cave & Warren Ellis e The Goon Sax).

Ma è sempre là che si ricasca, alla pandemia e ai temi collegati. Del resto sono gli stessi autori che insistono con l’accostamento, sebbene Tambourine sia l’unico brano manifestamente ispirato al biennio orribile di cui sopra, paradossalmente proprio quando l’intenzione di partenza – ha confessato la Vager – era quella di non scrivere una canzone sull’isolamento forzato. E sì che in Australia se ne intendono di internamenti. Anche se ormai quarantene e lockdown fanno parte del passato perché siamo già tutti protesi verso l’orizzonte di altre, rinnovate, emergenze.

Complottismo? A rispondere è un altro brano, la title-track, dove il racconto è quello (stra-abusato) dei tanti che finiscono nel buco nero di internet cercando conforto nelle teorie cospirazioniste. Anche se c’è da dire che i casi da neuro sono una cosa, il dissenso un’altra. Ad ogni modo, parlavamo delle reminiscenze wave di Brain Worms che si fan spazio in primis tra le pieghe del lead single Nothing Really Changes, mid-tempo dal mood sinistro ma orecchiabile, un sound chitarristico con riff ultracatchy, ma con la tastiera in bell’evidenza.

Una canzone – ha spiegato la frontwoman e autrice dei testi – che parla di separazione (aridaje!) ma anche di come proteggersi dalle emozioni e non farsi del male. Midnight Sun è invece un tepore avvolgente di Smiths e Clash rischiarato da bagliori springsteen-iani, It’s Not Easy una ballad melodica a metà tra tardi Ramones e Pretenders, la title-track un noise-punk con intarsi psych à la Dream Syndicate e Giant Snake rivanga i R.E.M.. E sempre a proposito di continuità col passato, tra gli strumenti utilizzati nel disco figura anche una chitarra acustica appartenuta a Kate Bush e che – leggenda vuole – precedentemente era stata utilizzata dai Tears For Fears per comporre Everybody Wants To Rule The World.

Alla fine, nonostante l’immagine evocata dal titolo, Brain Worms è una ventata d’aria fresca. Forse in questo senso non è un disco post-pandemico, però dovrà pur essere pre qualcosa. Tanto ottimismo stona infatti coi presagi attuali. Prendiamo quindi gli RVG per quello che sono, un’ottima band che ottimamente ripropone ottima musica, e facciamo finta di essere altrove, nello spazio e nel tempo.

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