Recensioni

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I Replacements sono cresciuti, forse addirittura maturati. Ma state tranquilli: se li invitate a casa vostra, vi pisceranno ancora sulla porta prima di andare via

Ripesco questo estratto da una recensione di Don’t Tell a Soul di una fanzine inglese. E sorrido. Perché se quella era ancora la percezione dei ‘Mats nella fase in cui si stavano davvero normalizzando, e in cui sostanzialmente erano diventati il veicolo privato di un Paul Westerberg ormai disperatamente impegnato a tirare fuori la canzone che avrebbe potuto farlo diventare una star (non ci riuscirà, per quante canzoni magnifiche continuasse a scrivere anche al nadir della storia della band), figuriamoci cosa potevano rappresentare all’epoca di Tim. Nel 1985 i Replacements se li invitavi a un party (e molti fan lo hanno fatto davvero, quando dopo i concerti li raccattavano shitfaced e li portavano nelle case senza genitori ma con frigo-bar adeguatamente rifornito: quanta invidia…) non solo ti avrebbero pisciato sulla porta ma probabilmente ti avrebbero nuclearizzato l’appartamento, fatto esplodere il cane e portato via la collezione di dischi. Oltre che, va da sé, il frigo-bar.

C’è anche un’altra recensione che mi ha fatto sorridere, anche se con una punta di sarcasmo. È quella che ha dedicato Pitchfork al box di Tim (Let It Bleed edition: così quarant’anni dopo Let It Be anche gli Stones sono sistemati), gratificandolo di un bel “10” tondo tondo. Il massimo dei voti a un disco e a una band che incarnano l’esatto contrario di quello che Pitchfork è diventato, o che forse è sempre stato. Ironia del tempo che passa. Così come per certi versi ironico è il fatto che a remixare Tim, prodotto originariamente da Tommy Ramone/Erdelyi, sia stato chiamato quell’Ed Stasium che dei Ramones è stato lo storico produttore. Scelta comunque vincente, gabba gabba hey e tutti contenti. Il lavoro di Stasium è eccellente, e se non si può considerare questo Tim modello 2023 un remake o un director’s cut veri e propri, certamente fa suonare l’album come forse Westerberg e soci avrebbero voluto all’epoca.

Più dinamica, più profondità, meno riverberi sulla batteria (stramaledetti anni ’80) e un basso che non sembra fatto di cartone. Le chitarre suonano meglio, e c’è persino uno scampolo di gloria postuma per Bob Stinson del quale possiamo sentire un assolo, sgangherato e bellissimo, come solo un “assolo” di Bob Stinson poteva essere, nel finale inedito e prolungato di Little Mascara. Tanto più significativo proprio per il fatto che durante le registrazioni di Tim Stinson era già con un piede e mezzo fuori dalla band. Ancora cocciutamente legato all’anima punk e casinara del gruppo, obnubilato da alcol e roba in una spirale ormai fuori controllo, distratto dagli impegni come cuoco (improvvisamente mi viene in mente l’immagine impossibile di lui nel cast di The Bear: altro sorriso, questa volta commosso), il chitarrista era ormai ai margini e doveva implorare in ginocchio per trovare spazio in canzoni diventate troppo raffinate – in senso molto lato, naturalmente – per lui.

Anche per questo alla fine vennero inserite in scaletta pezzi come Lay It Down Clown e Dose of Thunder (entrambi parlano dello stesso soggetto: gente che va a comprare cocaina), per permettere allo Stinson più vecchio di infilarci qualche zampata delle sue. Due brani che forse solo i fan più talebani dei Replacements hardcore di Sorry Ma e Stink non hanno giudicato all’epoca come quelle più deboli di una track listing altrimenti perfetta. Sorpresa: nella nuova versione sono tra quelle che beneficiano di più del trattamento-Stasium, e se non sono diventate per magia i capolavori che non sono neanche lontanamente quanto meno adesso hanno il punch rock’n’roll – ah, quel piano alla Faces su Lay It Down Clown! – che le eleva dallo status di riempitivo caciarone.

Resta comunque il fatto che Tim è in gran parte un disco inciso da un trio. Non un power trio, semmai – come ha sintetizzato lo storico ufficiale dei Replacements Bob Mehr – un terzetto di musicisti che sta aspettando inutilmente il quarto. Sei mesi dopo Bob sarebbe stato cacciato dalla band, ma avrebbe ancora fatto in tempo a partecipare alla leggendaria, famigerata puntata del Saturday Night Live del gennaio ’86 nella quale i Mats avrebbero riformulato il concetto di “spararsi sui piedi da soli”. Andatevela a (ri)vedere su YouTube. Ubriachi giusto una tacca sotto il coma etilico, fuori tempo, a volumi che fecero venire una sincope ai tecnici della trasmissione, con Bob in vestaglia di seta e pantaloni da clown al polpaccio e Westerberg in salopette che a un certo punto gli urla “c’mon fucker” per fargli capire che, porca puttana, doveva entrare lui con la chitarra. Com’era quella cosa per cui con Tim sarebbero diventati finalmente famosi? Banditi dalla tv per tre anni, e tanti saluti. Fortuna che poi avrebbero fatto il video di Bastards of Young, quello con lo stereo inquadrato tutto il tempo, andato in onda su MTV forse otto volte in totale.

“Auto-sabotaggio” è una delle prime parole che viene automatico associare alla band di Minneapolis. Rewind a sei mesi prima dell’uscita di Tim: i Replacements suonano al CBGB’s davanti a una platea di discografici già con la biro in mano, e dopo un set disastroso concluso con la peggior cover degli Stones a memoria d’uomo (Start Me Up) Westerberg sibila al microfono ”allora, ce lo fate un contratto adesso?”. Massimo rispetto e stima per Seymour Stein, che alla fine ci ha comunque provato. Firmando per la Sire, impero Warner, i ‘Mats sono stati i primi della galassia indie di allora (a memoria mi pare preceduti solo da Long Ryders e Rain Parade, che oggettivamente non avevano lo stesso appeal maledetto né lo stesso potenziale commerciale) a finire in quello che in molti all’epoca vedevano come il postribolo delle major.

Fecero benissimo, ma resta il sospetto che molte delle critiche che si attirò l’esordio dei Replacements nel bel mondo discografico– un esempio per tutti: nel capitolo dedicata alla band nell’epocale Our Band Could Be Your Life, Michael Azerrad conclude la trattazione con Let It Be e Tim non lo nomina neanche – fosse figlio più del rifiuto ideologico per una mossa come quella che di limiti intrinsechi dell’album. Mettendo a confronto il nuovo mix (ma pure le out-take buttate giù con Alex Chilton, che avrebbe dovuto stare dietro al mixer prima di venir fatto fuori dalla Sire che non si fidava e forse dal suo punto di vista faceva pure bene) con quello originale il miglioramento è evidente, ma grazie anche alla rimasterizzazione presente nel box viene da pensare che più che prodotto male il disco fosse stato registrato male.

Quanto alle canzoni…beh, seriamente: cosa puoi dire a quelle canzoni? Se ancora oggi sono considerate tra le pietre fondanti di quello che era, e ancora di più sarebbe diventata, la chiesa dell’alternative rock – oh, al diavolo l’”alternative rock”: della nostra gioventù, e non parlo solo di chi ha la mia età – ci sarà pure una ragione. Qui Westerberg è su un crinale dove puoi stare solo in un fugace momento della vita. Quello tra adolescenza e età adulta, tra sogno e disincanto, tra spontaneità da cazzoni e il tentativo forse non ammesso neanche a se stessi di fare qualcosa che si chiama “arte”. C’è la sbruffoneria da ragazzaccio del Midwest (Kiss me on the Bus) e la vulnerabilità (Hold my Life), il sarcasmo perfido (Waitress in the Sky, rockabilly giocherellone che oggi verrebbe boicottato per offesa a tutte le hostess del mondo ma in realtà ispirato alla sorella di Paul, che faceva appunto quel lavoro e si auto-definiva “cameriera in cielo”) e la tenerezza priva di difese.

E poi c’è, inconfondibile, uno dei tratti più significativi del songwriting di Westerberg, già emerso in pezzi come Androgynous e Sixteen Blue l’anno prima: l’empatia. Che è proprio ciò che rende i Replacements stranamente contemporanei ancora oggi, molto più in sintonia con la sensibilità dei teenager odierni (se solo sapessero chi sono) di gran parte delle band loro contemporanee. Penso a un pezzo meraviglioso come Swingin Party, non a caso interpretato in anni recenti, con buon successo, da Lorde. Quel “if being afraid is a crime we’ll hang side by side” racconta il bisogno di condividere il proprio smarrimento davanti alla vita con anime affini e tocca le corde emotive di qualunque generazione, in qualunque epoca. Anche se, perversamente, quella è anche una canzone che – come la ballata in solitaria di Here Comes a Regular –parla di quando ci vai pesante con l’alcol: per anni sono stato convinto che “bring your own lampshade, somewhere there’s a party” fosse una esortazione romantica, invece si riferisce alla gag di mettersi un paralume in testa quando sei ubriaco marcio.

Dall’altro lato, i Replacements e la poetica di Westerberg sono figli del loro tempo e non si possono capire davvero se quel tempo non lo si è vissuto in diretta. Il riferimento è a quelli che sono diventato i due inni dell’album: Bastards of Young e Left of the Dial. Difficile spiegare come potevano risuonarti nell’intimo se avevi diciassette anni a metà degli anni Ottanta, odiavi pressoché tutto quello che avevi attorno e la musica – quella musica – rappresentava l’unica via di fuga da yuppismo, mito del successo, genitori, scuola, buffoni vestiti e pettinati in modo orrendo, canzoni di merda alla radio e quella generica sensazione di sentirsi perennemente fuori posto in un decennio inutile.

Oggi ci piacerebbe definirci dei “misfits” ma forse eravamo solo degli sfigati. Eppure quelle canzoni ci parlavano, e Paul Westerberg era il Bob Dylan della nostra generazione. O di una parte di essa. I “bastards of young” eravamo tutti noi, figli di un benessere posticcio ai quali è andata meglio rispetto a chi è venuto dopo, ma forse non così tanto meglio. Non sarei mai arrivato a pensare di essere per i miei una “income tax deduction”, quello magari no, ma chi non si riconosceva in una strofa che diceva quanto le persone che amiamo di più sono quelle che seppelliamo e non andiamo mai a trovare, e quelle che odiamo di più sono quelle che cerchiamo di compiacere? Per certi versi, Bastards of Young è la prima canzone anti-boomer della storia, e quanto è paradossale riconoscerlo oggi?

A proposito di boomer, Left of the Dial è invece a posteriori il carme definitivo sciolto in onore di un mondo in cui sentimenti e tecnologia non si intrecciavano ancora così inesorabilmente. Paul la scrisse per Lynne Blakey, bassista dei Let’s Active conosciuta in tour, con la quale era sorta un’amicizia o forse qualcosa di più. In assenza di mail e cellulari, l’unico modo per sentire le rispettive voci mentre erano in viaggio era sperare che le college radio, situate tutte appunto nel “lato sinistro della sintonia” e le uniche che trasmettevano le band indipendenti, passassero una canzone di uno o dell’altra. Una delle metafore più belle nella storia del rock, capace di racchiudere l’epica un po’ stracciona e goffa, ma indimenticabile, di un mondo che non esiste più. Come i Replacements, le college radio, il rock indipendente e un sacco di altre cose. Però adesso a ricordarcela c’è anche questo box di Tim, che testimonia oltre a tutto il resto cos’erano i ‘Mats dal vivo con un fantastico concerto sull’orlo del precipizio al Cabaret Metro di Chicago, di poco posteriore all’uscita dell’album.

Bob Stinson sarebbe morto dieci anni dopo per overdose: aveva trentacinque anni e ne dimostrava sessanta. Tommy Stinson ha suonato con i Guns n’ Roses, ha messo su un paio di band power pop e oggi fa country. Chris Mars non so che fine abbia fatto. E Westerberg…beh, lui siamo sempre lì ad aspettarlo con qualche perla di saggezza e qualche nuova buona canzone. Prenditi pure il tuo tempo, Paul, tanto sai già dove trovarci. È lì dove siamo sempre stati: left of the dial.

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