A distanza di alcune settimane dalle dichiarazioni che avevano acceso il dibattito, Julian Casablancas, frontman degli Strokes, è tornato sull’argomento per chiarire il significato delle frasi pronunciate durante la sua partecipazione al format SubwayTakes condotto da Kareem Rahma.
Intervenendo all’Oxford Debate Society lo scorso 28 maggio (il video dell’incontro è stato diffuso il 3 luglio e riportato da NME), il musicista ha spiegato che il bersaglio delle sue critiche non era chi sostiene genericamente il diritto di Israele a esistere, bensì quello che ha definito il «sionismo espansionista» legato agli insediamenti nei territori palestinesi e all’idea di una «Grande Israele».
«Il vero punto sensibile è l’espansione», ha affermato Casablancas. «Si può amare l’Inghilterra e volerla sicura senza desiderare che controlli l’India. Allo stesso modo, il progetto di una “Grande America” mi sembra assurdo, ma questo non mi impedisce di criticare il mio Paese.»
Il cantante ha inoltre sostenuto che, anche dal punto di vista di numerosi attivisti ebrei favorevoli alla pace, limitarsi a ripetere alcuni argomenti propagandistici o rifiutarsi di definire «genocidio» quanto accade a Gaza rischia di spostare l’attenzione dal tema dei diritti. Secondo Casablancas, affermazioni come «Netanyahu è il problema» oppure «Israele ha il diritto di esistere», se non accompagnate da una critica all’espansione degli insediamenti, possono essere interpretate come un sostegno implicito allo status quo.
Il frontman ha quindi ammesso che avrebbe dovuto esprimersi con maggiore puntualità su SubwayTakes: «avrei dovuto dire che mi riferivo ai sostenitori di un sionismo espansionista di tipo coloniale, non ai miei amici che pensano semplicemente che Israele abbia diritto a esistere». Ha aggiunto che l’uso indiscriminato del termine «sionista» genera spesso confusione, perché finisce per accomunare posizioni molto diverse tra loro.
Le precisazioni arrivano dopo le dichiarazioni rilasciate ad aprile, quando Casablancas aveva sostenuto che alcuni sionisti americani godrebbero dei privilegi dei bianchi negli Stati Uniti pur adottando un «linguaggio dell’oppressione», richiamando inoltre paralleli storici con le rivolte degli schiavi e dei nativi americani per contestualizzare il conflitto israelo-palestinese («Le ribellioni degli schiavi in America sono state violente, ma questo non vuol dire che la schiavitù non fosse sbagliata»).
Il cantante è da tempo una delle voci più esplicite sul tema all’interno della scena rock. Nel 2021 aveva firmato una lettera aperta a sostegno dei diritti dei palestinesi e invitato gli artisti a boicottare le esibizioni in Israele. Le dichiarazioni si inseriscono nella stessa linea politica mostrata anche durante il recente concerto degli Strokes al Coachella, concluso con un montaggio video dedicato agli interventi della CIA e alle distruzioni avvenute a Gaza e in Iran.
L’album e la genesi di Reality Awaits
Nel frattempo, la band si prepara a pubblicare Reality Awaits, settimo album in studio e seguito di The New Abnormal (2020). L’uscita, inizialmente prevista nelle scorse settimane, è stata rinviata al 24 luglio. Registrato in Costa Rica con Rick Rubin e completato in diverse località del mondo, il disco comprende nove brani ed è stato anticipato dai singoli Going Shopping, accompagnato anche da un videoclip, e Falling Out Of Love, brano già noto ai fan perché eseguito dal vivo fin dal 2021 e successivamente presentato anche al Late Show with Stephen Colbert. In quell’occasione era assente Nick Valensi, che ha annunciato una pausa temporanea dal tour: al suo posto ha suonato Steve Schlitz, già coinvolto nella recente attività live della band.
Il tour e il concerto italiano
Gli Strokes sono inoltre impegnati nel Reality Awaits World Tour, che toccherà Nord America, Europa, Regno Unito e Giappone. La tournée farà tappa anche in Italia con un’unica data a Bologna, già sold out, confermando il forte richiamo della band anche nel nostro Paese. Ad aprire il concerto saranno Fat White Family e Alex Cameron.