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7.3

Una buona dose di fatalismo aveva sempre serpeggiato tra i testi del buon Joe Casey, spesso mediato da una sorta di divertito pessimismo, autoironico e certamente ego-centrato. Nel nuovo lavoro dei Protomartyr, il fatalismo trascende in una rassegnata accettazione della condizione umana. L’angst dei dischi passati arriva alla saggezza distillata nel sangue da chissà quante pinte bevute nei pub di Detroit, nel momento in cui bisognava farsi forza per superare la morte dell’amata madre, da tempo malata di Alzheimer. Tutto il disco, in effetti, parla di morte e di come accettarla (The death-filled rider / Came up on a spavined horse / And trampled through our home / But we didn’t do anything / ‘Cause no one owes anyone).

Da qui, il passo è breve per giungere ad un deserto da inquadrare sia come scenario ideale delle nostre umane miserie, sia come metafora di una platea esistenziale sempre più piegata su un malinconico parlarsi addosso (In the desert I was humbled / Seeing what a thousand years of ice did / But I’m not cold hearted / Little dogs still lick my hands). Quando qualche anno fa, Casey rifletteva su stesso e su come fosse cambiato il suo modo di pensare alla propria esistenza anche in virtù del passare degli anni, preparava in effetti il terreno per una poetica esistenziale da fine dei tempi. Tempo che in effetti si piega su stesso e ti pesa addosso (Plan for tomorrow / Get up to go to sleep / Too lazy for work / Too nervous to steal ) e il retrogusto di fiele dei ricordi, che fa dialogare Casey con il fantasma (when we were young) di Ian Curtis (Remember remember remember when things were good / Remember remember remember when you were young).

Nel sonorizzare le angustiate parole di Casey, Formal Growth in the Desert segue le indicazioni date dal precedente Ultimate Succes Today, fotografando il dialogo dissonante tra la chitarra di Greg Ahee e le ritmiche di Alex Leonard in un corteggiamento sempre più impossibile. Di strada ne è stata fatta dai tempi di Under Color of Official Right e la matrice dei The Fall è stata mandata talmente a memoria che anche le tirate più classicamente post-punk, come For Tomorrow e 3800 Tigers sembrano riflettere sull’accadatuo un minuto dopo che il fatto si è compiuto. Un approccio, in qualche modo, post al post punk non dissimile da quanto fatto dai tardi Fugazi, tanto che in effetti parlare di post punk, a questo punto, è quanto meno riduttitvo. Il cuore del disco è nei cupi mid-tempo di brani come Elimination Dances, Let’s tip the Creator, Graft Vs. Host, Polacrilex Kid, The Author. Gregg Ahee ha giustamente affermato che aver lavorato alla colonna sonora di alcuni corti ha in qualche modo influito sulle composizioni, che di fatto allestiscono una scenografia perfetta per il declamare alcolico di Casey. A regalare un senso maggiore di “ambience” e profondità si aggiunge la steel pedal guitar di Bill Radcliffe.

Il disco si chiude sulle note della rassenerata accettazione di Rain Garden, il buen retiro in cui un Joe Casey nelle vesti declamatorie di un Nick Cave, va a riposarsi dopo aver attraversato il deserto (I am deserving of love / They’ll say it’s just a love song / But love / But love has found me / Clay-birthed, shale-born / They found me). In effetti, quanto di più vicino ad un happy ending possa esserci nel mondo dei Protomartyr.

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