Recensioni

7.3

Avrei potuto scoprire un pianeta / Ma non volevo ferire i sentimenti di nessuno / Avrei potuto essere una star del rock’n’roll / Ma ho mandato tutto a puttane”
I Fucked It Up

L’improvvisa e tragica scomparsa di Mark Linkous, morto suicida nel 2010, resta ad oggi una ferita aperta per tutti quelli che, a cavallo tra i due millenni, trovarono un rifugio nei (pochi ma buoni, anzi buonissimi) dischi usciti a nome Sparklehorse. La sua era una fragilità evidente e mai celata, eppure luminosa, che in quelle canzoni meravigliose, sospese in bilico tra pop magistrale e outsider music, tra cantautorato e lo-fi, tra produzioni scintillanti e indie rock fatto in casa trovava un suo miracoloso equilibrio; un’unicità e un’onestà che hanno avuto pochi eguali, pur iscrivendosi in una triste serie – quella, per capirci, degli Elliott Smith e dei Jeff Buckley, dei Vic Chesnutt, dei David Berman e dei Jason Molina – il cui destino sembrava segnato sin dall’inizio. Un talento che, secondo copione, è andato di pari passo al disagio, finché una delle due parti ha preso il sopravvento.

Passati tredici anni, ad arricchire quello scarno eppure densissimo catalogo (solo quattro gli LP in studio in quindici anni, non contando la collaborazione con Danger Mouse Dark Night Of The Soul) arriva Bird Machine,  il fatidico album postumo, in fase di completamento in quegli ultimi fatali giorni, il cui titolo e scaletta pare fossero già in buona parte stabiliti e fissati dall’autore. Il lasso di tempo intercorso, più lungo del solito rispetto a casi analoghi (Sketches For My Sweetheart The Drunk di Buckley uscì appena un anno dopo l’assurdo annegamento a Memphis, così come From A Basement On The Hill di Smith, per citare quelli che vengono per primi in mente), ci racconta una storia di amore, pudore e rispetto da parte dei curatori, il fratello Matt Linkous e la cognata Melissa Moore, già membri della band, che si sono assunti l’onere di prendere quelle registrazioni orfane, a suo tempo effettuate in parte da Steve Albini e in parte dallo stesso Mark nel suo studio casalingo, e completarle avvalendosi di pochi e fidati collaboratori tra cui l’amico Jason Lytle dei Grandaddy (ai cori in The Scull Of Lucia e Everybody’s Gone To Sleep).

Pare che durante la lavorazione Linkous fosse immerso nell’ascolto di Kinks, Beatles e (appunto) Grandaddy e che volesse far uscire qualcosa di immediato e pop alla Buddy Holly. Posto che Bird Machine non potrà mai essere quel disco, dalle quattordici canzoni qui raccolte e selezionate emerge un mosaico in realtà più vario, dai tratti assolutamente familiari, in un’appendice gradita eppure agrodolce a un catalogo già di per sé memorabile.

Al netto di un senso di ineluttabile incompiutezza, nonostante gli sforzi di produzione e la cura estrema, ritroviamo comunque il Linkous che ricordavamo: tanto quello punky e a bassa fedeltà (vedi il già classico It Will Never Stop, che pare uscito direttamente da Vivadixiesubmarinetransmissionplot; o la rispettosa e molto appropriata cover di Listening To The Higsons di Robyn Hitchcock, o lo scazzo alla Daniel Johnston – si ricorderà, nume al contempo tutelare e tutelato – di I Fucked It Up), e quello lunare e lunatico, psichedelico e agrodolce delle migliori ballate (Falling Down, Evening Star Supercharger e Daddy’s Gone), quello immacolatamente pop in grado di sfornare ritornelli come quello di Chaos Of The Universe e quello, struggente, della conclusiva Stay, il cui epitaffio “It’s gonna get brighter” non può che fare il paio con la speranza disperata di It’s A Wonderful Life.

Una bellezza frammentaria e frammentata, di fronte alla quale non rimangono che gli ovvi sensi di frustrazione e sconforto. E gratitudine.

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