Recensioni

Non è da tutti arrivare a un esordio discografico quando hai già alle spalle una carriera underground lunga quasi un decennio e hai appena ventiquattro anni, specie se in curriculum hai già una raccolta beffardamente chiamata B Sides & Rarities (2020) e collaborazioni con nomi del calibro di David Byrne (una parte di synth di poche note inviata quasi per scherzo e finita nella traccia Everybody’s Coming To My House da American Utopia) e FKA Twigs (con cui ha scritto diverse canzoni del suo Magdalene). Ethan P. Flynn, classe 1999, studente di elettronica della London’s Guildhall School Of Music e protagonista della scena indipendente della capitale in veste di songwriter e produttore già da tempo, è quello che chiameresti di certo un ragazzo prodigio.
Secondo standard vetusti da boomeracci incalliti, certo: perché l’essere millennial, con tutta la musica del mondo a disposizione da quando sei in fasce, una famiglia che ti supporta (la mamma, fan di Sparklehorse, gli compra una chitarra a undici anni in cambio della Xbox e lo fa da subito giocare col suo Garageband) e una innata curiosità e talento verso tutto quello che produce suoni, sia esso un supporto fonografico, un file o uno strumento di qualsivoglia tipo, non può che portare a una fioritura di talenti questo genere (basti l’analogo esempio dei fratelli D’Addario a.k.a. Lemon Twigs, autori di uno dei dischi più belli e magistralmente scritti, suonati, composti e prodotti del 2023 e forse oltre; ma si pensi anche a Jockstrap, amici e colleghi del Nostro come i Black Country, New Road…).
Generazione di fenomeni, è il caso di dire; come dimostrano ampiamente le otto tracce di questo Abandon All Hope, registrato in appena dodici giorni e suonato (quasi interamente), arrangiato e prodotto dallo stesso Flynn. Niente a che fare con l’elettronica o il pop weird e psichedelico delle pubblicazioni precedenti su raccolte, singoli ed EP: i nomi scomodati da subito per presentarlo sono quelli di giganti del passato come Harry Nilsson e Randy Newman e, in effetti, la scelta di un cantautorato pop squisitamente eccentrico, colto, ricco, verboso, letterario, sardonico e umoristico rimanda subito a loro (o a più recenti declinatori dello stesso verbo come John Grant o Father John Misty).
Nelle interviste, Ethan si dichiara d’altronde, senza tema di smentita, seguace e adoratore di Lou Reed e David Bowie, confessando di aver voluto sempre essere uno scrittore di canzoni come Neil Young e Bob Dylan. Ma in realtà il suo ancorarsi a un cast di riferimenti così classico non si traduce in nessuna particolare o pedissequa derivazione o evidente discendenza – anzi, no: il suo timbro da fagotto e certe atmosfere (vedi l’uso della voce femminile ad accompagnare/contrappuntare) richiamano inequivocabilmente il mai abbastanza lodato Neil Hannon/ Divine Comedy; sia come sia, se l’impianto strumentale è tradizionale, le scelte di produzione sono inequivocabilmente contemporanee, e questo non può che essere un punto a favore di sempre possibili e – evviva! – nuove vie per un certo tipo di cantautorato/canzone.
Perché anche se alimentata a classici del secolo scorso, la sensibilità di Flynn è tutta, completamente, di quello in corso: l’inquietudine che traspare dai continui cambi di registro, suono e stile (pur in un insieme miracolosamente coerente, come deve essere un album) e dai testi è certamente figlia di questo nostro tempo di incertezza, cui fanno eco l’immagine angosciosa di copertina (a cura di Tim Brawner) e il dantesco monito del titolo. A contrastare tutto ciò, una caterva di melodie ed arrangiamenti nient’altro che pop, che stordiscono per ricchezza ed efficacia, dal bizzarro boogie della title track ai continui cambi di atmosfera dell’iniziale In Silence, dall’esaurimento nervoso in diretta di Demolition agli intarsi di corde di Clutching Your Pearls e Bad Weather fino ai sedici (!) minuti di Crude Oil, che rappresenta l’apice delle ambizioni compositive del nostro (vincendo).
Un lavoro bulimico, ipertrofico, non facile da inquadrare immediatamente, stracolmo di canzoni stralunate, strabordanti e sorprendenti. In altre parole un oggetto alieno, assurdo e affascinante, una chimera – come qualsiasi cosa cerchi di essere un album di canzoni pop classiche del 2023.
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