Bussa senza bussare, come fanno i fantasmi e i corrieri. Io sto lì con lo schermo acceso e la testa piena di rumore.
Sei in ritardo, dico.
No, dice lui. Sei tu che corri.
Il fantasma del 2005 entra. È una figura magra con una felpa larga e l’odore di plastica calda, hard disk e polvere di ventola.
Ti aspettavi la lanterna, dice. Invece porto una barra di ricerca e una cartella con dentro file che si chiamano “finale_vero2_definitivo.mov” o “leak_nuovo_nin_withteeth.mp3”.
Ti sei fatto una faccia, dico.
Ne avevo cento, risponde. Le cambiavo ogni tre forum. Poi avete iniziato a chiamarla identità e a venderla a pacchetti.
Fa un passo e l’aria cambia. Per un attimo tornano i blog abbozzati, i commenti come porte secondarie, le playlist su Winamp, gli mp3 a 128 come se fossero un passaporto. Link come passaggi segreti, euforia da nicchia. Mi convinco che è nostalgia, ma forse è solo freddo dietro la nuca.
E adesso, dico, sei venuto a farmi la predica?
Dio no, dice. Sono venuto a farti annusare l’aria. Il 2025 è una sala da ballo luccicante e chiusa in se stessa, tutta lustrini e falsi sorrisi . E tu, per non impazzire, hai ricominciato ad ascoltare musica che si comporta come un rifugio antiatomico.
Guarda la mia lista:
- Voice Actor & Squu – Lust [1]
- Läuten der Seele – Unterhaltungen mit Larven und Überresten
- Dania – Listless
- feeo – Goodness
- Hekla – Turnar
- DJ Haram – Beside Myself
- Milkweed – Remscéla
- Debit – Desaceleradas
- aya – hexed!
- Agnes Haus – Inexorable Ascent
- doris dana – nostalgia
- U.e. (Ulla) – Hometown Girl / Other Girl
- Klein – sleep with a cane
- Lucy Railton – Blue Veil
- Lucrecia Dalt – A Danger to Ourselves
- KeiyaA – hooke’s law
- Oneohtrix Point Never – Tranquilizer
- Cosey Fanni Tutti – 2t2
- Claire Rousay – a little death
- Lyra Pramuk – Hymnal
- Marina Zispin – Now You See Me, Now You Don’t
- Kelly Moran – Don’t Trust Mirrors
- JAMES K – Friend
- Hildur Guðnadóttir – Where To From
- Park Jiha – All Living Things
Questi sono i migliori dischi dell’anno per te? Sei peggiorato rispetto a quando c’ero io, ma capisco perché continui a fare liste di questo tipo. Dietro ogni tua scelta c’è il te di adesso, ma evochi anche il mio ricordo e quello dei miei amici, 1995 e 1985, quindi ti benedico.
Io non ti evoco, rispondo stizzito.
Lui sorride, di sbieco.
Certo che mi evochi, dice. Ogni volta che ascolti qualcosa e senti che non è intrattenimento, è un appiglio a cui ti aggrappi. Un appiglio per non cadere.
Gli chiedo di sedersi, ma è già seduto. Si sta troppo comodi nelle stanze degli altri, penso. E mentre io scorro i titoli e parlo dei migliori dischi del 2025, lui annuisce come uno che conosce i trucchi del negozio e anche la porta sul retro.
Voice Actor & Squu. Lui mi guarda con curiosità.
Io inizio: Lust [1] sta in cima alla lista per una ragione precisa. Distilla in un’ora l’esperienza di avere interiorizzato oltre vent’anni di internet senza più sapere da dove arrivi cosa. Ambient bruciata, mormorii, erotismo a bassa definizione, voci sussurrate, echi dub, fantasmi di pop anni 2000 che sembrano provenire da un hard disk collettivo più che da una scena precisa. Non c’è la solita nostalgia consolatoria. Piuttosto la percezione di un archivio che non distingue più tra alto e basso, club e cameretta, sacro e pornografico.
Bello strano, mi piace. Sembra che non abbia né inizio, né fine, chiosa.
Confortato dalla sua approvazione salto a Marina Zispin. Now You See Me, Now You Don’t, dico. Sembra synth-pop, ma la scrittura è fatta di diagonali. Drum machine asciutta, linee di basso che entrano in ritardo, accordi che non chiudono mai davvero. La voce di Bianca Scout ha un alone sfocato, al punto che sembra cantare dietro un vetro appannato.
Bravi, dice lui. Canzoni che imitano l’abitudine collettiva di apparire e sparire.
Poi arriva U.e. e fa il contrario, continuo. Riduce, avvicina, lavora sul tatto del suono. Microfono vicino, fiati brevi, pause che lasciano intravedere la polvere galleggiare illuminata tra le assi delle imposte. C’è legno, c’è aria, c’è la sensazione che la canzone non voglia conquistarti ma lasciarti al margine.
Questa mi mancava, dice. Il diritto al margine.
Quando la lista entra nella notte, smette di fare lo spiritoso.
Dania, dico. Listless nasce dopo i turni notturni in ospedale. E’ musica registrata dopo mezzanotte, in uno stato di veglia forzata, costruendo uno scenario di voci evanescenti, droni, colpi di cassa lontani, sample microscopici. Goodness di feeo viaggia sulle stesse coordinate. La voce entra ed esce dal mix, come un spirito. Sembra più un pensiero indiscreto che un io stabile, sopra beat che tengono insieme trip-hop e R&B sfibrato.
La stanchezza vera, dice. Quella che cambia il mix prima ancora che le parole.
Poi c’è Agnes Haus, proseguo. Inexorable Ascent. Strati modulari che si accumulano senza diventare anthem. È una spirale che sale, ma ogni gradino scricchiola. Per sua stessa dichiarazione è musica composta tra le 12 e le 4 di notte e si sente.
Ai miei tempi lo facevate e basta, dice.
Sì, ma adesso dirlo serve. È diventato strano avere un tempo tuo. Claire Rousay, continuo, unisce field recordings, note vocali, oggetti. Suoni minuscoli trattati come strumenti. È una memoria che si comprime da sola. E quando una cosa si comprime troppo, diventa facile da maneggiare.
Quindi non vi fidate più nemmeno dei ricordi, chiede.
Non del tutto, rispondo. E come potremmo, se tutto è progettato per farti scorrere oltre prima che tu capisca. Poi gli faccio sentire la parte più fisica.
DJ Haram. Ha un impatto duro, senza trucco. Bassi che spingono, colpi secchi, una tensione che sembra dire che la realtà entra nelle ossa prima ancora che nelle idee. È musica che non chiede di essere interpretata con calma, piuttosto ti mette addosso una pressione, e quella pressione assomiglia alle giornate di adesso, ai conflitti che non restano nei titoli ma scendono nei muscoli, nel sonno, nel modo in cui respiri. Aya con hexed! è un’altra botta. Suoni che graffiano, momenti in cui la danza non diventa liberazione ma scontro con se stessi. Il club, quando funziona così, somiglia a una stanza in cui capisci quanto sei ancora vivo, senza moralismi e senza consolazioni.
Mi cade un auricolare e per un secondo il brano diventa una stanza vuota. Il fantasma lo raccoglie con due dita, come se fosse una prova in tribunale. Me lo porge.
Quando c’ero io lo perdevi e te ne fregavi, dice. Nel 2025 hai paura che qualcuno lo stia ascoltando al posto tuo. Non faccio caso a quest’ultima frecciatina e continuo.
Gli dico che nel 2025 c’è anche una lentezza che non somiglia a relax.
Ah, la lentezza come lusso, dice.
No, dico, la lentezza come disobbedienza. Vedi Debit, con Desaceleradas. Cumbia rebajada rallentata, finché il groove diventa pesante, quasi sepolto nel fango. Il ritmo scivola, si appesantisce, si piega, e in quella piega c’è una critica implicita al culto della velocità, all’idea che tutto debba essere subito utile, spendibile, ottimizzato. Hekla lavora sul tempo come densità, invece. I timbri sembrano avere un peso specifico. In Turnar sembra che il suono sia fatto di materia che occupa spazio. Theremin e organo come due lastre d’aria che si sfregano.
Questo mi piace, dice.
E poi Oneohtrix Point Never. Tranquilizer, è fatto di suoni da libreria, materiale nato per essere anonimo, montato per costruire un’anatomia nuova. Tagli netti, montaggio, jingle che diventano malinconia. Sotto c’è l’inquietudine della sparizione, il fatto che certi archivi esistono finché qualcuno li lascia esistere.
Nel 2005 archiviavi per entusiasmo, dice.
Nel 2025 archivio anche perché non mi fido, gli rispondo. È una differenza piccola e enorme, e molti dischi recenti la portano dentro anche quando non parlano “di internet”.
La fiducia era la nostra valuta, dice. E voi l’avete bruciata in cambio di comodità. Non raccolgo la provocazione e proseguo.
Läuten der Seele, con quel titolo pieno di larve e resti, sembra stare nello stesso punto. Christian Schoppik attinge a vecchi nastri, cinegiornali, Heimatfilme, folklore tedesco, li rallenta, li avvolge in fruscii, fisarmoniche e droni, fino a trasformare il paesaggio rurale pacificato del dopoguerra in una geografia infestata, come suggerisce il titolo, da larve e avanzi, Forse oggi siamo circondati da slogan proprio perché i resti fanno paura, perché i resti dimostrano che il futuro non è garantito.
Oggi gli scarti li nascondete bene, dice. E quando li trovate vi fate spaventare.
Proseguo con i Milkweed di Remscéla. Il disco nasce dai pre-racconti dell’epica irlandese. Si definiscono slacker trad, una miscela di tradizione britannica, folk appalachiano e hauntology. A me interessa il modo in cui il mito arriva incrinato, come se fosse già passato da troppi supporti, nastro, radio notturne, archivi sonori pubblici.
Il fantasma sogghigna. Finalmente qualcuno che non finge, dice.
Proseguo con un altro gruppo di lavori. Lucy Railton con Blue Veil costruisce un suono tridimensionale col violoncello. Arco, risonanza, corpo dello strumento che disegna un’architettura. Ti costringe a restare. Kelly Moran prende il piano preparato e lo spinge verso una pulsazione che muove il corpo senza diventare club in senso stretto, metallo e corde che graffiano, ripetizioni che costruiscono una trance concreta. Qui studio e fisicità non sono mondi separati, e in un tempo in cui lo studio rischia di diventare un lusso mentre la precarietà è la regola, tenere insieme le due cose è già un discorso, anche se nessuno lo annuncia.
Il fantasma chiede della voce, come se fosse un suo affare personale.
La voce è sempre stata il trucco, dice. Nel 2005 la nascondevate dietro avatar, nel 2025 la nascondete dietro estetiche.
Io gli rispondo con Lyra Pramuk, che prova a immaginare un’etica diversa senza mettersi in cattedra, sapendo che anche un inno può diventare retorica e quindi trappola. KeiyaA che parla di elasticità dopo la deformazione e sembra una frase semplice, poi capisci che è fisica quotidiana. Pressione, cedimento, tentativo di riprendere forma, senza tornare uguali. James K, invece, lavora sull’onirico come linguaggio condiviso; Klein porta dentro l’avanguardia una memoria viva di grime e hip hop e il taglio resta ruvido, da diario scritto in fretta ma senza scuse. Lucrecia Dalt muove l’intimità in una stanza piena di oggetti e ombre, bella e inquieta insieme, e quella ambiguità salva dalla dittatura della chiarezza, dall’obbligo di essere vendibili e traducibili.
Mi accorgo che sto parlando come se dovessi convincere qualcuno. Mi fermo. Lui ride piano.
Vi siete stancati di essere comprensibili, dice.
Sì, dico. E forse era ora. Quando arrivo a Cosey Fanni Tutti, il fantasma diventa improvvisamente rispettoso, quasi zitto. 2t2 porta la storia dentro la sintesi elettronica con calma e precisione. Mostra continuità, ossessioni che cambiano pelle ma non spariscono. Ormai è prassi pretendere sempre il nuovo, ma questo disco ci ricorda che spesso il nuovo è una vecchia ferita con un filtro diverso.
Lui si gratta la felpa, infastidito.
Il vostro nuovo è un aggiornamento, dice.
Ma lei lo sa e non ci casca. Hildur Guðnadóttir, di contro, sposta energia verso un disco che mette al centro collaborazione e amicizia, e il messaggio è pratico. Anche la cultura cosiddetta alta, se vuole restare viva, deve tornare ad essere un’officina, gruppo, lavoro condiviso, non un palazzo separato. Park Jiha, invece, intreccia strumenti tradizionali e sensibilità contemporanea e respira largo. Doris dana, con nostalgia, porta il richiamo del passato senza farne un altare, più come un riflesso che ti prende di lato.
A un certo punto il fantasma guarda la lista e dice una cosa che mi dà fastidio perché in fin dei conti mi sembra vera.
Ti sei abituato a chiedere al suono di salvarti, dice.
Io gli rispondo che nessuno qui sta chiedendo salvezza, semmai strumenti. Nel 2005 buona parte della musica di frontiera sognava di diventare un futuro mainstream. Nel 2025 il futuro assomiglia a una trattativa quotidiana. Per questo questa lista non mi sembra una classifica, ma un taccuino di strategie, trucchi pratici per restare presenti quando tutto ti spinge a diventare sfondo. Piccoli manuali che mi dicono come respirare, come rallentare, come ricordare quando la memoria non è garantita, come restare umani quando il sistema ti spinge a essere profilo, numero, prestazione.
Il fantasma si alza, finalmente.
E allora, dice.
E allora niente, dico. Continuo ad ascoltare.
Lui sorride, di sbieco, e per un attimo sembra meno ectoplasma e più persona.
Certo che continui, dice. È così che mi evochi. Ogni volta che ascolti e senti che non è intrattenimento, è un appiglio. Un appiglio per non cadere.