Recensioni

L’idea di Tranquilizer parte da un’immagine quasi comica e un po’ sinistra, cioè quella di Daniel Lopatin sdraiato sulla poltrona del dentista, con il corpo immobilizzato dagli strumenti e lo sguardo prigioniero di un pannello appeso al soffitto che riproduce un cielo finto con palme perfette. Anestesia leggera, comfort prefabbricato, superficie pacificante che nasconde l’ansia. Il disco sembra voler stare esattamente lì, in quel punto in cui la cultura visiva e sonora di fine Novecento prova a tranquillizzarti mentre ti mette le mani in bocca.
I campioni da cui nasce questa musica non vengono più dagli spot televisivi che alimentavano Replica, ma da una serie di CD di sample commerciali anni ‘90 trovati da Lopatin sull’Internet Archive, poi scomparsi dal sito e riapparsi in un secondo momento. Librerie di archi da trailer, fiati patinati, drumkit EDM pensati per jingles e colonne sonore usa e getta. Lopatin decide di lavorare quasi solo con questa materia anonima, riqualificandone la vita interiore come se meritasse finalmente un suo spazio narrativo. Replica tagliava e deformava il flusso televisivo con un gesto quasi critico, Garden Of Delete faceva collidere metal adolescenziale, pop digitale e rumore in una specie di sitcom aliena, Magic Oneohtrix Point Never e Again mettevano in scena la sua storia sonora come se fosse una radio o un memoir speculativo. Tranquilizer riprende tutti questi fili e li lascia scorrere dentro una forma più soft, che però non rinuncia al cortocircuito.
For Residue apre con vento, piccoli rintocchi e una dodici corde accennata. Poi una voce filtrata pronuncia il titolo come se stesse catalogando un file di sistema. Già all’inizio ti rendi subito conto che il residuo è la vera materia dell’album, ciò che resta dopo l’uso funzionale dei suoni. Bumpy introduce una pulsazione sghemba, un quasi beat che sembra ricordare la logica della club music senza aderirvi del tutto. Lifeworld dilata archi e pad verso una specie di meteo channel cosmico, easy listening filtrato dall’iperconsumo televisivo.
In questa prima triade, già anticipata come presentazione del disco, si vede il modo in cui Lopatin usa gli stessi clichés che una volta avrebbe demolito e li lascia respirare in forma quasi empatica. La parte centrale lavora per divergenze minime. Measuring Ruins e Modern Lust costruiscono scene emotive con pochi gesti. Appaiono trombe campionate, percussioni lente, droni che tengono in sospensione la melodia. Fear Of Symmetry mette un pianoforte solitario in mezzo a un ambiente quasi ospedaliero, la quiete che precede l’intervento, mentre Cherry Blue lascia emergere uno dei momenti più apertamente melodici che Lopatin abbia firmato da anni, una ballata mancata che flirta con il pop e rientra subito nella penombra. D.I.S. porta in primo piano la tensione strutturale dei suoi lavori migliori, con una corsa sintetica che accumula elementi, li fa brillare per qualche secondo e poi li sposta di lato, senza cercare un’esplosione liberatoria. Rodl Glide entra come un ricordo rave sognato da un campionatore, con il sapore di un 1994 immaginario più che storico, eppure dentro quella caricatura si sente la stessa energia centrifuga che rendeva Garden Of Delete un oggetto così instabile. Sul finale Waterfalls riprende il tema del titolo, lascia scorrere arpe liquide, pioggia artificiale, un senso di drenaggio lento e l’archivio torna nel sottosuolo digitale da cui era uscito.
In tutto questo, Tranquilizer resta coerente con la traiettoria di Oneohtrix Point Never e allo stesso tempo modifica il fuoco. L’io narrante che dominava Magic OPN e Again si sposta sullo sfondo, l’apparato concettuale appare meno esibito. La vera novità sta nell’abbandono parziale dello sguardo clinico sul passato mediale a favore di una familiarità quasi affettuosa con questi suoni standard, che diventano una sorta di proletariato dell’audio, forza lavoro invisibile promossa a protagonista. Non c’è la catastrofe dell’archivio, ma la percezione di un ecosistema che continua a produrre residui e fantasmi.
Tranquilizer invita a stare dentro questo flusso sedato, a lasciarsi attraversare da sample fatti per tranquillizzare e vendere, e a scoprirci dentro una stranezza sottile, un’inquietudine che non spezza mai davvero la calma. È qui che il disco si aggancia a Replica e lo ribalta dall’interno. C’è meno straniamento frontale, più fiducia nella capacità del materiale stesso di raccontare un’epoca in cui tutto sembra archiviato e allo stesso tempo pronto a sparire con un semplice click.
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