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7.3

Con Friend, James K alza l’asticella. Abbandonata autarchia e astrazioni delle precedenti prove, si affianca a una rete di produttori tra Montréal e Berlino — Patrick Holland, Priori, Ex-Terrestrial, Ben Bondy, Special Guest DJ — e firma la sua personale visione di pop in dodici affascinanti brani sospesi tra prosa onirica e pulsazioni anni ’90. Dall’ultima prova Random Girl e dalla comparsa nella compilation di culto Mono No Aware, il suo canto filigranato emerge ora in figura: un timbro che ricorda la grazia di Caroline Polachek o un incrocio tra la sua leggerezza e la prosa sognante di Weyes Blood, senza dimenticare le lezioni di Enya, Julee Cruise e Elizabeth Fraser.

Nel suo mondo sonoro, il rinnovato impianto musicale delimita un giardino in cui jungle (Hypersoft Lovejinx Junkdream), d’n’b (Play), downtempo, ambient house (Peel), dub (N’Balmed, Lung Slide), IDM (Idea.2) e trip hop disegnano i vialetti, mentre lo shoegaze funge da unguento digitale che bagna chitarre già umide (Rider), evocando la magia dei Cocteau Twins (On God). In continuità con il passato non mancano rimandi alla club culture, ma da qualsiasi angolo la si osservi, Friend è un lavoro intriso di sensibilità ’90s (vedi anche quel tocco di synth g-funk in Doom Bikini), nostalgico quanto basta e con abbastanza “minerali” da garantirgli una propria chimica vitale e misterica.

Temi come solitudine, ansia, vulnerabilità, fede e fiducia vengono tradotti in un linguaggio sonoro intimo e sensoriale che sussurra più che parlare, conservando un’ironia sottile e rara in questo tipo di proposta. Occasionalmente la prosa si fa più terrena, come accade in Play, la traccia più diretta e pop della sua carriera, sospinta da un drumming spezzato e da una densità quasi rock. Non l’episodio più significativo, ma la più chiara dimostrazione di quanto le sue canzoni sappiano ora toccare terra senza perderci in sospensione.

Nato come rifugio dalla sua attività all’interno della scena newyorchese a cavallo tra club e sperimentazione, il progetto James K ha permesso a Jamie Krasner di crescere fino a trovare un posto privilegiato nel panorama dream pop contemporaneo. Friend non folgora, ammalia, non ha le stigmate di un lavoro di culto, ma è un lavoro che ha goduto della giusta mantecatura: bilanciato in ogni suo aspetto, sofisticato ma fruibile, solido melodicamente e perfettamente cesellato nella produzione. Ogni cosa è al suo posto. Che non è poco.

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