Recensioni

7.5

Tra atmosfere industrial in HD e una declinazione alquanto radicale della caotica estetica post-club di metà anni Dieci, il primo disco di Aya Sinclair im hole (2021) raccontava una fase esplorativa nella carriera della produttrice, da poco approdata a Londra e determinata ad archiviare il proprio alter ego LOFT negli annali della club culture mancuniana. Nelle liriche d’impronta Dada dell’album, aya alludeva a un escapismo prettamente notturno votato tanto al chimico quanto all’alchemico, trasfondendo nella sua corrosiva elettronica di derivazione IDM, oltre a un variegato campionario di influenze musicali (industrial, grime, R&B), una rinvigorente dose di sarcasmo. 

Nel suo secondo disco per Hyperdub hexed! «Thee vibe hath changed» in maniera sostanziale, per citare il brano-manifesto somewhere between the 8th and 9th floor, da im hole. È aya stessa a incoraggiare il rimando intertestuale, prendendo letteralmente d’assalto il brano del 2021 nella traccia d’apertura I am the pipe I hit myself with with: «I used to say some ‘me, more’», dice autocitandosi. «I used to say it when I was me-less». Maledizione, qualcosa deve essere proprio cambiato. hexed! rilegge le scorribande del passato con il vigore dolceamaro di una presa di coscienza, catturando un presente votato all’astinenza da alcol e sostanze, ma non per questo musicalmente meno hardcore.

Al contrario, il sound di aya è andato ampliandosi alla ricerca di nuovi picchi di virulenza, ricongiungendosi a fonti d’ispirazione di prima gioventù in ambito nu metal e deathcore, qui rappresentati dalle sbavature elettriche ed esplosioni vocali di brani come the names of Faggot Chav boys e navel gazer, tracce che riportano alla mente tanto l’impatto dei primi Death Grips quanto i recenti sincretismi di Autechre e Slipknot del musicista di Nairobi Lord Spikeheart. Eppure, riferimenti dichiarati o possibili a parte, il genio di aya continua a risiedere nell’insita «illeggibilità» queer del suo lavoro, per citare il teorico Jack Halberstam. I suoi tortuosi, esilaranti racconti di allucinazioni e personali fallimenti ambiscono a destabilizzare l’ascoltatore tanto quanto la voce narrante.

navel gazer si presenta come una disavventura erotica trainata da elastici synth à la SOPHIE e drammatici silenzi (campane celebrative accompagnano l’annuncio: «but then I found you!»), per poi degenerare in un incubo deathcore ai tempi di Brexit («HE’S A FUCKING NAVEL GAZER – a single issue voter!»). L’effetto è un po’ quello di scoppiare in una risata nel bel mezzo di un mosh pit. off to the ESSO, uno dei brani più esplicitamente legati al k-escapismo di cui prima si parlava, cavalca i 170 bpm e uno dei ritornelli più convenzionalmente pop nella discografia dell’artista, («but now it’s off the ESSO, off to the ESSO/ and you could be my protection, be my protection»), fagocitato da un rap di più di trecento parole in salsa gabber. Aderendo allo stesso principio dissociativo, la crepuscolare peach ammolla un melodioso motivo in un mare di riverberi, alternandolo a scariche di rumore e accenti in stile screamo.

Nonostante l’apparente incontinenza verbale della prima parte del disco, aya inserisce abilmente due strumentali a base di droni e organo (la title track e una The Petard is my Hoister che, accompagnata da field recording naturalistici, non sfigurerebbe su un disco di Sarah Davachi), quasi a voler incorniciare un lato B che, per quanto difficile ascrivere a un ben delimitato “post”, sembra propenso a raccontare un presente più riflessivo. In droplets, trainata da un impianto narrativo ben più convenzionale, la voce di aya, divisa tra sussurri e armonici overdub, si fa duttile e suadente, accompagnata da ipnotici rintocchi che sembrano voler aggiornare l’industrial softcore di certi passaggi di The Fragile. I versi «you’d have found me down the ginnel / swaddled in my dank habit”, intonati in apertura con la chiarezza di una gravosa rilettura del passato, comunicano un amaro senso di distacco («close my eyes, still in the air i taste it», smentisce più avanti). 

In soli 34 minuti, hexed! confonde, diverte, tormenta e commuove, gettando le fondamenta per una ripartenza che forse è già in atto o forse, aya sembra suggerire, si può solo pronosticare con tempistiche queer. Nel brano heat death, annunciato dai rintocchi di un orologio e contraddistinto da breakbeat e rumore bianco, in un altro riferimento intertestuale a im hole (questa volta dal brano Backsliding) aya auspica: «no more gravity, no more inertia/ no more death knell, no more time will tell». Che la stabilità sia davvero l’alternativa? Più avanti, nel conclusivo Time at the Bar, uno dei più esplosivi e caotici tributi al nu metal del disco, arriva il presagio di un effetto collaterale: «to come home as left it/ to every day a replica/ to comfort, to stagnance». Nella sua illeggibilità, hexed! emerge come un manifesto di vulnerabilità, capace di offrire un riflesso in cui è possibile riconoscersi.

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