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7.5

Registrato dal vivo all’Église du Saint-Esprit di Parigi, Blue Veil è il nuovo album di Lucy Railton, pubblicato da Ideologic Organ. Sorprendentemente, è anche il suo primo lavoro per solo violoncello, strumento di sua elezione ma che, nelle precedenti prove soliste, Railton aveva accompagnato ora a manipolazioni elettroniche (Paradise 94), ora ad altri cordofoni (Corner Dancer).

Blue Veil ferma invece nel tempo il racconto di un’esecuzione in presa diretta e riesce a restituire la profonda simbiosi tra Railton e il suo strumento, in quello che si rivela come un vero e proprio studio su microtoni, riverberi, fruscii e pulsazioni di legno e corde. Quasi come fosse esso stesso la “stanza” dentro cui stava seduto Alvin Lucier, veniamo trasportati in una dimensione fisica prima ancora che musicale, che inizia con un primo movimento (anzi: una Prima Fase) incentrato dapprima su una nota, poi su un bicordo, infine su un accordo: ma è piuttosto la vibrazione dell’archetto a guidare l’orecchio nel cuore di un’orchestra immaginaria.

Nel corso dei quaranta minuti (la dimensione temporale si fa però superflua quando entriamo nel flusso), Railton tira fuori qualunque tipo di crepitio dallo strumento: bassi roboanti, drone (Phase II, Phase III), o ancora simulacri di melodie folk (Phase IV e VI). Così, dentro circolarità armoniche che, come litanie, mandano in trance, ci si ritrova storditi dal frinire della Quinta Fase, nella quale il fruscio dei crini diventa impercettibile nel movimento delle onde sonore. Quando l’ultimo degli episodi, il settimo, finisce — anticipato come gli altri da una pausa fatta insieme di attesa e distensione — Railton disegna spirali che, su note basse, ci riaccompagnano in un’oscurità nella quale ci rendiamo conto di ritrovarci.

Un’esperienza di ascolto radicale, questo Blue Veil, asciutta e profondamente umana nell’esplorare le anime del violoncello, creando suggestioni da sole quattro corde e due mani.

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