Recensioni

7.2

Il titolo è forse il migliore dei punti di partenza per raccontare il groviglio di musiche che si agitano nel debut album di DJ Haram. L’avevamo già notata nel 2019 con l’EP Grace, sapevamo che si era fatta le ossa nel New Jersey e consolidato la propria fama a Philadelphia, con set che fondevano Jersey Club, Baltimore bass, sonorità DIY e percussioni mediorientali. Anche lì, come oggi, la sua musica esprimeva uno stato di emozione estrema – rabbia, dolore, smarrimento – un “fuori di sé” che poteva tradursi in un misto di alienazione e introspezione, un sentirsi “accanto” oltre che “fuori”. Il concetto di beside suggeriva anche condivisione, che trovava piena adesione in Nothing To Declare, condiviso con Moor Mother sotto l’alias 700 Bliss.

Sempre su Hyperdub, questo debut album porta avanti il discorso in forma più ampia, attraverso una coralità di ospiti e una proposta opprimente e al contempo combattiva, con rap e poetry che si alternano senza soluzione di continuità. Tra gli MC figurano volti underground più o meno noti al pubblico: il duo Armand Hammer, ovvero billy woods (la voce più autorevole e visionaria dell’hip hop sperimentale di oggi) e Elucid, in un soffocante horrorcore orwelliano di tinte Clipping (Stenography), la promettente reginetta del southern hip hop Bbymutha e SHA RAY, ambiziosa rapper semi-sconosciuta di San Francisco tra Megan The Stallion, Cardi B e GloRilla. Le due sono protagoniste della nevrotica Fishnets, un memphis rap esasperato e post-moderno incastonato tra Three 6 Mafia e Suicide Boys. Gli interventi di pensatrici includono invece Audre Lorde e (le parole di) Nawal El Saadawi. Presenti anche la sopracitata Moor Mother, Dakn, e co-produttori come August Fanon, El Kontessa e Kay Drizz, oltre a una tromba-requiem suonata da Aquiles Navarro e una chitarra elettrica sanguinolenta come lo è quella di Abdul Hakim Bilal.

La produzione è un distillato di rabbia e disillusione espressa in un mosaico stordente e caotico. È musica che raramente fa prigionieri (vedi Fishnets Loneliness Epidemic, dalle parti di  Omar Souleyman) nel suo tritatutto di darbuka, breakbeat, groove, collage e una stenografia di bassi pesanti come bombe sganciate dal cielo. Un ascolto scurissimo, conturbante, attraversato da una vitalità ruvida, anarchica, che alla fine dei suoi 42 minuti ripaga pienamente il tempo speso.

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