Recensioni

7.5

Listless nasce di notte. Dania, artista irachena di stanza a Barcellona, racconta di averlo scritto solo dopo mezzanotte, quando il corpo è stanco e la mente perde contorni. È un disco che vive nella zona sospesa tra veglia e sonno, dove i pensieri non diventano frasi e restano vibrazione pura. Non è ambient da relax né canzone elettronica in senso classico, perché sottrae, rallenta, respira. Sembra di ascoltare una via di mezzo tra Four Tet e i Cocteau Twins. Materiale pregiato, quindi.

Le tracce si muovono tra droni morbidi, synth come nebbia e riverberi che dilatano lo spazio. Per la prima volta Dania inserisce un battito percepibile. In On A Grassy Knoll pulsa un ritmo tenue, quasi dub; Car Crash Premonition apre un varco di tensione con loop vocali mantrici e rumori che si stringono fino a diventare ipnosi. Ma niente drop, niente esplosioni, perché il movimento è interno, più vicino a un corpo che respira che a un club.

Dania viene da mondi ibridi: ha radici sonore che attraversano la scena sperimentale più eterea, certo, ma anche club mutanti e performance vocali intime e disallineate. Eppure Listless è un oggetto nuovo. Non perché cambi qualcosa in termini assoluti – il minimalismo elettronico che abita queste tracce ha una lunga genealogia, da Mille Plateaux a Kranky, da Laurel Halo a Claire Rousay – ma perché si muove in un registro difficile, fascinosamente instabile. Ascoltandolo ci si trova spesso a trattenere il respiro, come se il suono potesse cedere da un momento all’altro. E invece resta. O meglio, resta per poco, poi rientra sotto la soglia. È un disco che si muove tutto nel pre-articolato, tra l’innesco e la dissoluzione.

La voce è presente, ma mai protagonista. È un soffio che si sdoppia e si ritrae. In Write My Name appare come ricordo che non vuole spiegarsi, gesto di protezione e intimità radicale. Così Listless diventa un diario senza trama né climax, che esplora la stanchezza come stato fertile. In un panorama saturo di suoni e confessioni, Dania sceglie il silenzio abitabile, in un disco fragile e potente perché rifiuta di spettacolarizzare il sentimento, lasciandoci una presenza discreta e persistente.

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