Recensioni

Nel 2020 Pitchfork l’aveva incoronata con un Best New Music. Quell’anno keiyaA pubblicava Forever, Ya Girl, inserendosi nell’ala più sperimentale di un già allora affollato panorama soul/R&B. Cresciuta tra ghettotech, gospel e jazz — studiato al conservatorio prima di abbandonarlo per seguire la via dell’improvvisazione e della contaminazione — con quel disco interamente autoprodotto e suonato in proprio si era guadagnata un culto solido. Le aveva permesso di trasferirsi da Chicago a New York, accendendo sulle sue doti i primi riflettori internazionali. Poi la pandemia ha fermato tutto, e da lì praticamente il silenzio.
Hooke’s Law, pubblicato dalla britannica XL Recordings, cinque anni dopo è insieme seconda prova e ripartenza. Le regole però rimangono invariate: eleganza e autarchia presidiano un flusso di generi tenuti assieme da un registro non tanto eclettico o sorprendente quanto perfettamente camaleontico, magnetico. La chiave d’accesso resta il jazz, trattato come un unguento ipnagogico su cui i ritmi s’appoggiano scavando un’archeologia di rimandi nella Windy City. Va da sé, nessuna gerarchia governa il rapporto tra musica e voce: il canto procede per conto proprio, mentre la musica gratta, s’incespica, degrada fino a rendersi irriconoscibile (Make Good).
Il titolo rimanda alla legge di Hooke, secondo cui la deformazione elastica di un corpo è proporzionale alla forza applicata fino al punto di rottura. KeiyaA ne fa una metafora dell’esperienza nera e femminile, della costante tensione tra autonomia e pressione sistemica, sopravvivenza e libertà. I H8 U ne è l’esempio più diretto: un ghetto-drum programming simil Roland 808 sostiene un refrain tossico, che accompagna le invettive dell’artista contro il sistema (“The poor suffering is the plan”). È una traccia acida, spugnosa, increspata, a cui Stupid Prizes fa da complemento distensivo con la sua sinfonia di voci in filigrana e un ulteriore affondo lirico.
Logoramento, riflessione, sensualità e dominio s’intrecciano lungo tutto il disco: l’eros come strumento politico (Take It), la preghiera e la disperazione come due poli di uno stesso impulso (Devotions, Until We Meet Again). Tante le stanze della mente che keiyaA apre, luoghi fumosi e defilati che evocano quelli di Earl Sweatshirt, spirito affine con cui condivide un poetico autobiografismo, questo interrogarsi l’anima azzerando la distanza tra urbano e domestico. Un grande ritorno, coerente e indomito.
Amazon
