Recensioni

Messa da parte l’enciclopedica quanto aneddotica epopea di Sent from my Telephone – che, con le sue 4 ore e 20 minuti, un anno e mezzo fa aveva fatto drizzare non poche orecchie – i Voice Actor tornano con Lust [1], un lavoro che conferma e rinnova il loro peculiare universo sonoro. Questa volta, il progetto si ancora a una voce di Kurzweil sempre in bilico sull’uncanny valley e a commistioni di ambient, hip-hop e dub dai tratti metallici. I bozzetti e frammenti del precedente lasciano quasi del tutto il posto a brani che si sviluppano con una progressione produttiva più marcata, pur rimanendo nell’ambito di durate contenute (mai oltre i cinque minuti). Si coagulano così quattordici episodi insieme imprevedibili nell’accostare ritmi e atmosfere, ma rassicuranti nella loro accoglienza algida.
L’immersione è immediata: You apre il sipario con pad ovattati, che presto cedono spazio a cigolanti cinguettii digitali. Il movimento cresce quando dYn costruisce beat in levare su freddi panorami ambientali, che fanno da cornice agli annegati sussurri di Last Drop Rule. Si prosegue con Nekk, che increspa la superficie con una 2-step da mezzanotte – una cifra che ritorna nella meno cupa Da Em. Rattle richiama l’atmosfera della Manchester degli Space Afrika, con cui i Voice Actor avevano incrociato i sentieri su Grisaille Wedding. Moving On, Moving On amalgama un’electro marziale con languide voci confessionali, mentre Hle riprende le coordinate di Rattle. Cut si presenta come uno scheletro techno industriale, privo di spigoli, mentre Barbara chiude il cerchio prosciugandosi in un outro rallentato fino a scomparire, nella tradizione della Houston chopped’n’screwed.
Anche nei passaggi più cupi, l’album accoglie l’ascoltatore con un alone di morbidezza che richiama il jazz destrutturato di Ulla o l’ambient sinfonico di Romance. I Voice Actor rilanciano il loro percorso creativo all’interno di un filone che, pescando hauntologicamente dall’hardcore continuum, racconta desolazioni contemporanee e future. Una narrazione che si intreccia, curiosamente, con una nota stampa incentrata sulla ruralità e il suo potenziale sensuale e giocoso: “L’agricoltura, spesso associata alla fatica e al lavoro, può anche essere un’attività sorprendentemente sensuale e giocosa”. Forse, una provocazione o un ulteriore elemento per depistarci tutti.
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