Recensioni

Lucrecia Dalt arriva a questo nuovo A Danger to Ourselves come se fosse entrata in una stanza segreta della propria vita e avesse lasciato socchiusa la porta. L’ascoltatore non viene guidato da allegorie o travestimenti narrativi ma è invitato a sostare in un territorio in cui le fragilità personali si fanno suono. È un gesto rischioso in un’epoca che trasforma l’intimità in contenuto immediatamente spendibile, ma la differenza è che qui non c’è alcuna posa.
La traiettoria della Dalt è quella di un’artista che ha abbandonato i percorsi lineari della carriera di ingegnere per attraversare continenti e culture, portando con sé la memoria di una Colombia dove la musica era pratica domestica e collettiva. Barcellona e Berlino hanno poi fornito lo spazio in cui le tecnologie hanno incontrato la canzone e l’astrazione. Non è irrilevante che questo album arrivi nel 2025, in un paesaggio in cui l’AI simula confessioni e l’autenticità è diventata merce rara. A Danger to Ourselves sceglie di restituire fragilità laddove altri cercano stabilità artificiale. Musicalmente il disco è costruito come una costellazione, non come una sequenza lineare. I drum loop di Alex Lázaro disegnano una griglia instabile su cui la voce di Dalt si stratifica, oscillando tra canto e sussurro, dichiarazione e dissoluzione. In cosa rara, con David Sylvian, la chitarra diventa ombra e specchio, mentre la voce si piega in un lirismo sospeso. Amorcito caradura evoca il bolero per deformarlo in elettronica liquida, no death no danger vive di basse frequenze e respiri metallici.
Le collaborazioni funzionano come aperture di paesaggio. Caes, con Camille Mandoki, è una possessione condivisa fatta di voci intrecciate e percussioni spezzate. In The common reader, Juana Molina porta il suo canto piegato al parlato, creando un flusso che sembra pensiero più che melodia. Divina, il singolo, è il punto di fusione: attraversa inglese e spagnolo senza soluzione di continuità e lascia che la lingua diventi ritmo e timbro. La seconda metà si muove verso atmosfere più cupe: Acéphale e Mala sangre evocano ritualità sotterranee e ballate contaminate; Stelliformia tende al cosmico, disturbata da glitch che negano ogni quiete; El Exceso Según Cs resta incompiuta, appunto lasciato a metà; Covenstead blues chiude evocando un blues deformato, dissolvenza che lascia spazi aperti.
La particolarità di questo disco sta nell’uso della voce e del suono come materia plastica. Non siamo di fronte a storie compiute quanto a spazi di esposizione e fragilità. Ogni brano è un frammento che vive di densità timbrica più che di linearità narrativa, e la sincerità emerge come gesto rischioso, non come posa. A Danger to Ourselves cade in un tempo di connessioni sovrabbondanti e superficiali. Non offre una pedagogia, né alcuna consolazione. Piuttosto mostra che la fragilità dei legami è l’unico materiale autentico rimasto. Il titolo, derivato da un verso di Sylvian, riassume il cuore del lavoro. Essere pericolosi per se stessi non significa autodistruzione ma riconoscere la vulnerabilità come condizione inevitabile.
Nel complesso, l’album raccoglie la traiettoria sperimentale degli anni passati e la porta in una dimensione più scoperta, ma non meno complessa. È un disco che trasforma l’esperienza privata in laboratorio d’ascolto collettivo, in cui la voce della Dalt diventa specchio e finestra, materia fragile e al tempo stesso universale.
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