Paolo Angeli 2018

Migliori album del 2022: le considerazioni di Stefano Solventi

La musica ne è uscita migliore? Forse sì. Almeno per il momento

2022: l’anno del fallout

Dunque, eccoci qui. Non sto a menarvela ancora su quanto le classifiche per me rappresentino ormai un giochino inutile o equivoco. Insomma, se volete potete rileggervi cosa pontificavo un anno fa su questi schermi, e passerei oltre. Non prima però di aver ricordato che appunto dodici mesi fa eravamo alla fine del secondo anno dell’era pandemica, nonché del primo anno di campagna vaccinale. Qualcuno prese a tambureggiare a favore di social che su tutti noi incombeva una plumbea dittatura sanitaria, adducendo dati e argomenti che la situazione rendeva vagamente plausibili, per qualcuno addirittura convincenti. O al limite suggestivi. Tuttavia, quando già lo scontro mentale tra paranoia e ragione mi aveva spinto a ripassare la mia collezione di letteratura distopica, è andata che: ne siamo usciti. Anzi, pare di non esserci mai entrati, nella pancia di quella mitologica dittatura. Che dire? Alla fine mi è quasi dispiaciuto. È tutto così scivoloso, così effimero. Soprattutto, oh, non ci sono più le paranoie di una volta. Ma questi son discorsi che lascio volentieri ai social più propensi alle schermaglie fiammeggianti e a vuoto (visto che neppure loro – i social – ultimamente se la passano tanto bene). Meglio limitarsi alla musica, e avanti così.

Musica, quindi: il 2022 dal punto di vista delle uscite discografiche (prendere nota: ha ancora senso parlare di “uscite discografiche”? Casomai dedicare qualche pensierino serale al tema) è stato indubbiamente l’anno del fallout: quasi tutte le cartelle stampa allegate ai dischi, e che vi sarà capitato di leggere opportunamente riassunte in molte recensioni (già, spesso le recensioni – escluse quelle di SA, ovviamente – sono poco più che riassunti delle cartelle stampa, e non ditemi che non lo sapevate), raccontavano di come i lavori di composizione e incisione fossero avvenuti durante il lockdown, quindi immersi nella sensazione perturbante di un tempo fuor di sesto e alle prese con le limitazioni imposte da isolamento e distanza. Non escludo che qualche sagace promoter abbia voluto calcare la mano su quello che a gioco lungo (ma anche sul breve) ha acquistato i pelosi caratteri del cliché. Ma, nel caso, come biasimarli? C’è sempre un gran bisogno di senso, di incanalarsi in un filone, di appartenere a una corrente, a una mission. 

Riavvolgiamo un attimo il nastro: per lunghe settimane (facciamo mesi) ci siamo specchiati quasi tutti quanti sulla superficie cupa di un vivacchiare isolato, diffidente, pneumatico, a-sociale. Poi è seguita la fase intermedia che ci ha visti attraversare la società con una maschera a coprire parzialmente la nostra maschera consueta, finendo con lo s-personalizzarci più di quanto non fossimo disposti ad ammettere (un esempio minimo ma emblematico: quante volte abbiamo sbadigliato in pubblico fottendocene di coprire la bocca perché “tanto c’è la mascherina”? E godendone, diciamolo, un po’ per la comodità e un po’ per quel sottile senso di oltraggio alle convenzioni? Sembra una sciocchezza, ma credo invece che sia un simbolo, il sintomo di un fenomeno strutturato e profondo). Quindi sono arrivati i vaccini, i greenpass, il travagliato e problematico ritorno a una specie di normalità (ok, meglio non approfondire). 

Se dovessimo trovare un lato positivo in tutto ciò, è il modo in cui ci ha messi in discussione, facendoci atterrare in uno scenario inedito che ha favorito una chiave appunto inedita alle nostre riflessioni, al nostro modo di pensarci del e nel mondo. Figuriamoci se quei mattacchioni dei musicisti potevano non approfittarne: è stato tutto un intensificare l’ispirazione, un pasturare calligrafie e convinzioni. Persino un approfittarsi del vacillamento delle convenzioni e azzardare qualche passo più laterale, traballante, obliquo: l’importante è che questi passi fossero diretti – o dessero almeno la sensazione di esserlo – verso il recupero del sé perduto, al cuore dello smarrimento collettivo lasciato proditoriamente collassare nello spettacolo d’arte varia di uno smarrimento individuale, per poi rovesciare creativamente il tutto in espressione.   

Attenzione però: la cosa strana è che sembra essere accaduto soprattutto alla musica. Aggiungo e specifico: alla nostra musica. Essere un disco figlio – almeno in parte – di quella roba là, di quel terremoto che la Storia ha voluto regalare alla nostra epoca (per poi riprendersi le scosse di assestamento con gli interessi), è sembrato trattarsi di un fenomeno più che legittimo, perfino consequenziale, quasi doveroso.

Intendiamoci: questo non significa che siano usciti dischi con al centro il tema del covid, ma che i musicisti non hanno fatto mistero di quanto la pandemia abbia contribuito a determinare la direzione presa dalla scrittura e dalla realizzazione dei dischi stessi. Non è un dettaglio da poco. Credo che sia stato così essenzialmente per un motivo: la musica ha saputo farsi carico di un argomento tanto complesso e ampiamente dibattuto in virtù di un approccio naturalmente più elusivo, ovvero per la sua asemanticità (direbbe quel bricconcello di Schopenhauer), per la sua familiarità con le sfaccettature simboliche e l’astrazione a cui i temi devono necessariamente sottoporsi per entrare a far parte di quella manifestazione misteriosa, pre- e post- verbale, che è appunto la musica.

Non è andata così, ad esempio e infatti, per la narrativa e per la fiction cinematografica e televisiva, che magari avranno tempi diversi, forse più avanti arriveranno – come dire – i frutti della metabolizzazione, ma al momento pare che le linee guida suggeriscano di dribblare l’argomento (per inciso: pare che sia la raccomandazione più in voga nelle famigerate scuole di scrittura, o almeno così mi riferiscono i miei infiltrati), quasi che si fosse già abbondantemente bruciato da sé, consumando il potenziale narrativo nella cronaca, nel commentario giornaliero social e televisivo, nella stessa realtà (eccome se è accaduto). Per questo credo di poter affermare – e mi assumo la piena responsabilità di questo azzardo – che la musica sia una delle poche entità ad essere davvero “uscita migliore” dalle more della pandemia, per il fatto stesso di avere ribadito la propria peculiarità in quanto forma espressiva (nonché, è giusto ribadire, per aver pagato uno dei prezzi più alti, a partire dall’annientamento delle attività live durato mesi e dal quale in molti non si sono ripresi). 

Ma in che modo la musica (nostra) ci ha raccontato cos’è (cosa ci è) accaduto? Principalmente accogliendo su di sé il fallout (di privazioni, spaesamento, disperazione, sofferenze eccetera) e lasciando che permeasse a vari livelli ciò che il musicista di turno aveva intenzione di combinare. Per quanto riguarda il mio assai ristretto punto di osservazione sulla faccenda, si prendano i venti dischi che elenco qui sotto (ne indico venti solo per convenzione editoriale, avrei potuto elencarne almeno cinquanta che ho amato più o meno allo stesso modo – ok, è un modo per scusarmi con chi è rimasto fuori): è una lista abbastanza eterogenea, eppure – spero che non vi sembri troppo presuntuoso – mi pare abbastanza rappresentativa di un anno in cui in generale le uscite discografiche (vedi sopra) hanno saputo costituire un habitat sonoro denso, intenso, variegato eppure coeso, perché innanzitutto disposto a far emergere i meccanismi profondi e proteiformi dell’umana tribolazione. Come da tempo non accadeva.

Francamente, avevo quasi rinunciato a sperare che accadesse. Ribadisco: erano anni che non provavo la sensazione di poter contare su così tanti dischi in grado di essere rete di protezione, campana di vetro, gomitata nel fianco, arredo mentale, sentiero al crepuscolo, scossa ventrale, materasso da meditazione, e via discorrendo. Pur con tutto il disincanto di uno che con l’età si è convinto che la nostra specie possa fare a meno di qualunque cosa, forse anche di se stessa (figuriamoci della musica), arrivo alla fine di questo 2022 un pizzico più fiducioso riguardo a ciò che la musica possa ancora fare per noi inveterati ascoltatori. A prescindere da – e affanculo a – tutte le ricadute inerenti la vaporizzazione dei supporti e i feedback ultra conformisti dello streaming (discorsi già fatti fin troppe volte, inutile tornarci sopra).

Ciò detto, non è facile isolare il virus (o, meglio, il fantasma di un virus) che ha contagiato i venti dischi scelti come possibile riassunto del (mio) 2022 sonoro. Non si tratta ovviamente di un aspetto stilistico né tematico: basta scorrere i titoli per rendersene conto. No, è qualcosa che precede la musica, e che in un certo senso le prepara il terreno. È il bisogno di ritagliare la propria sagoma sullo sfondo, così da avviare una ricerca che metta nel mirino il senso delle cose all’interno di uno scenario dinamico anzi liquido, che non è mai quello della settimana (del giorno) precedente, un processo a cui non puoi sottrarti neanche se ti rifugi nel buco del culo del mondo. 

È Paolo Angeli che esplora l’archeologia del ricordo in un miraggio che è al tempo stesso geografico e affettivo, nostalgico e futuristico: un modo per dire “io” trasfigurandosi a partire da come percepisce il mondo. Sono i Big Thief che scozzano i demoni obbligandoli a mostrare tutti i loro volti, come se fosse l’unico modo per addomesticarli. Sono Bill Callahan, Alessandro Fiori e Micah P. Hinson che si sbucciano il cuore in un labirinto di inquietudini illanguidite. Sono i King Hannah che prosciugano il linguaggio fino al bianco sconcertante dell’osso, Maria Chiara Argirò che architetta fosfeni jazz su trame retiniche electro, i Beach House che si avventurano fin dove l’antologia ipotizza il superamento del proprio stesso codice. E via discorrendo.    

Mi pare insomma che gli ultimi due anni – il periodo in cui sono stati concepiti e realizzati quasi tutti i dischi usciti negli ultimi mesi – abbiano fatto emergere innanzitutto questo: la consapevolezza di vivere sulle sabbie mobili. E la musica, almeno quella che brulica al di sotto della linea di galleggiamento del mainstream, non ha fatto finta di niente, non ha distolto lo sguardo. Da ciò una rinnovata determinazione, la consapevolezza che se esiste un modo per dare forma e sostanza a un punto di vista, la musica lo conosce, ne possiede i mezzi e le chiavi. E in questo senso sa essere tanto più efficace quanto più è disposta a svincolarsi dalle pianificazioni algoritmiche, dai pattern produttivi, dalla “moral suasion” emanata dalle piattaforme di streaming come viatico per il raggiungimento di performance adeguate.

Il pessimista che è in me teme (ritiene) che si tratti di un effetto transitorio, che nel medio periodo torneremo ad avere a che fare con pletore di pubblicazioni retromaniache, riflessi di passato sulla pelle fredda di un futuro preventivamente imbalsamato. Ma intanto possiamo goderci questa vampa di calore sonoro, il soffio caldo e insidioso del fallout. 

Venti dischi del duemilaventidue:

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