Recensioni

Galeotto lo Sponz Festival, sul cui palco è tornato a dar mostra di sé nella scorsa edizione, Micah P. Hinson fa tappa discografica in Italia, per la precisione in Irpinia, si accasa per l’occasione con quelli di Ponderosa Music Records e lascia che ad accudirne l’estro sia quell’asso di Alessandro Stefana, chiamato a suonare, produrre e dirigere una squadra essenziale e intensa: Greg Cohen al contrabbasso, Zeno De Rossi alla batteria e Raffaele Tiseo agli archi.
Narrano le cronache di sessioni svolte in cinque giorni e altrettante notti, e il risultato è un I Lie To You che spreme dalle vene problematiche del cantautore statunitense dieci canzoni (undici con l’assai bella You And Me, disponibile – chissà perché – solo come “digital bonus track”) morbide e insidiose, come mormorii di un’anima in bilico, come struggimenti esausti, come bagliori tiepidi nella stanza fredda e buia di chi ha attraversato tante, troppe stagioni all’inferno.
Con gli anni la calligrafia di Hinson somiglia sempre più a una forma di crooning, ovviamente non innocuo ma toccante e al tempo stesso spietato, perché non prevede alcuna rassicurazione o appagamento: nel fondo di ciò che rimpiange o desidera non c’è infatti uno straccio di serenità, ma al contrario la consapevolezza che anche il più caldo, limpido e affettuoso dei propositi è un ingranaggio di un meccanismo infernale, il passo ancora da compiere che porterà all’inciampo, il tremore per un ricordo accecante come una lampadina che ti esplode nel cervello. Eppure, forse mai come in queste canzoni si avverte il senso di un percorso compiuto, la possibilità che si possa scendere a patti coi peggiori demoni, non fosse perché anche i demoni a gioco lungo si stancano, diventano spettri casomai, amabili resti di vite passate, strade da ripercorrere calcando le impronte all’indietro per raccogliere il succo vetroso del rimorso.
Le melodie sono quindi morbide, quasi estatiche, come appena pescate da un acquario intorbidato di valium, anche se pur sempre attraversate da una vibrazione combattiva, da un amaro che puoi masticare per una vita ma non svanisce, mentre il cuore sanguina nella campana di vetro – anche se foderato di valzer setoso, vedi una Carelessly che non spiacerebbe a Randy Newman – e la voce si spezza sotto il peso di ciò che si è appena strappata dal petto (la stupenda What Does It Matter Now?, desolata e struggente come un Will Oldham ipnotizzato da Bill Fay). Le sonorità sono frottage agresti e desertici su carta ruvida urbana, elettricità che lavora ai fianchi e mira al fegato con cupa discrezione, panneggi d’archi che si gonfiano come vele piene di fantasmi, puntellate da piano, tastiere e fisarmonica (vedi la rilettura di Please Daddy, Don’t Get Drunk This Christmas) al bisogno. Le canzoni si aggirano pur sempre insomma sulla mappa della cara vecchia Americana, ma con la bussola congelata in un tempo interiore, trascinando la catena di uno spaesamento senza possibilità di remissione.
Vedi il rapimento sospeso di The Days Of My Youth, una Ignore The Days che pianta una tenda cameristica sul terreno di un country stranito (la voce che srotola solennità sul punto di collassare, come un Bill Callahan allo stremo), oppure vedi l’impeto trattenuto della quasi laneganiana Find Your Way Out, o ancora la ballatina da front porch in bilico sul buio dell’anima di Walking On Eggshells (dove il Nostro sembra un nipotino fragile ed esausto di Johnny Cash), o infine prendi People, quel suo procedere disarmante e carezzevole mentre racconta cose terribili.
Quattro anni dopo il buon When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You, per Hinson si tratta quindi di un rientro ad alto livello seppure a fari bassi, anzi forse proprio perché a fari bassi, grazie cioè alla quadratura tra la chiave espressiva intimista e la decisione di realizzarla in luoghi, con mezzi e idee poco obbedienti agli standard dettati da quel mattacchione implacabile e spasmodico che per brevità chiameremo algoritmo. Micah, in poche parole, se ne sbatte. Perciò può permettersi di scegliere forma, coordinate, modo e sostanza delle canzoni-grimaldello con cui quasi sempre riesce a scardinarci il cuore. Bontà sua.
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