Recensioni

7.5

A stretto giro di posta e, come al solito, privo di ogni promozione, torna il trio che più ci colpì lo scorso anno finendo tranquillamente sul podio delle classifiche di fine 2021. Il timore che Moot! fosse un fuoco fatuo, timore corroborato dal fatto che c’erano voluti 8 anni ai due Raime per dare un seguito alla prima manifestazione a nome Moin – l’ep omonimo del 2013 – era fondato, e invece questo Paste conferma che i Moin hanno trovato la quadratura e la stabilità con l’ingresso di Valentina Magaletti (Tomaga, Vanishing Twin, Holy Tongue) dietro le pelli.

Paste riprende, a livello di approccio e metodologia, da dove il disco dello scorso anno ci aveva lasciati, ovvero da una idea al tempo stesso datata e rispettosa così come avanguardistica e personale del post-punk primigenio, inteso come idea di ricerca e superamento del canone e non come suono in senso stretto, anche se i tre ci tengono a sottolineare che l’universo chitarristico di riferimento sarebbe quello dei 90s. E in effetti, imboccati da questa prospettiva, è facile notare come sparse vestigia di quegli anni emergano carsicamente e si inabissino lungo i 40 abbondanti minuti dell’album.

Siano esse tracce del post-rock Louisvilliano, vedi alla voce Slint, nell’arpeggio iniziale e nella continua, inesplosa tensione di Forgetting Is Like Syrup o in quella apparentemente pacificata di Hung Up, o di un hardcore evoluto come fossero dei June Of 44 emo (Life Choices), oppure di una matrice chitarristica più densa, nervosa e sì, fugaziana/dischordiana ma con tutto lo scazzo slacker del tempo (Knuckles), il senso non è nella riproposizione nostalgica di un periodo aureo, quanto nella capacità del trio di disancorarsi da quel suono rimanendovi aggrappati in toto. Questo grazie alla continua manipolazione di quel suono/quei suoni in un panorama più ampio e privo di certezze e appigli: i tre surfano in un oceano di riferimenti ben identificabili ma è come se lo facessero sott’acqua, nascosti nel proprio studio e intenti a tagliare, cucire, campionare, riassemblare. Il risultato è al tempo stesso straniante e convincente, in cui la versatile batteria della Magaletti è la barra dritta intorno a cui Joe Andrews e Tom Halstead costruiscono scheletri ed ectoplasmi di un passato che guarda inequivocabilmente al futuro, alle nuove connessioni, ai nuovi agganci che quel periodo aureo ci porta in dote.

Questo a patto che, come stanno facendo egregiamente i Moin, ci si stacchi dalla nostalgia, in soggettiva, e dalla storicizzazione, in oggettiva, di musiche come monoliti inscalfibili e non modellabili. E da questa prospettiva, ovvero dalla rielaborazione in forme nuove di una materia formativa, ci piace pensare ai Moin come ai This Heat del nuovo millennio, ovvero scultori di suoni e cesellatori di visioni di là da venire.

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