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7.4

La sua pura, incontaminata, vocalità è tutta 70s. Un po’ Joni Mitchell, un po’ Karen Carpenter e Carly Simon. I suoi arrangiamenti, fin dagli esordi, tracciano una linea di continuità con l’era del cantautorato altezza Laurel Canyon. Eppure, non è così immediato entrare nel mondo di Natalie Mering, in arte Weyes Blood. Se ci si aspetta ritornelli immediati, motivi orecchiabili, è forse meglio guardare altrove. Il terreno su cui lavora la cantautrice di Santa Monica è tutto emotivo, costruito su una narrazione evocativa (a volte anche giocosa), su tematiche estremamente contemporanee e, soprattutto, su arrangiamenti elegantissimi.

Titanic Rising (2019) aveva il fascino arguto dei (tardo) vent’anni. C’era l’angoscia legata ai cambiamenti climatici, il declino del capitalismo e la fine della monogamia. Il tutto era fatto senza il prevedibile (ma non auspicabile) distacco intellettuale, quello snobismo super-partes che spesso caratterizza queste opere. Anzi, il risultato è stato quanto mai popolare, nel senso che non ha faticato ad arrivare dritto al fegato degli ascoltatori. Quelli disposti, certo, ad accogliere un tipo di narrazione non proprio movimentata, che anzi flirta spesso con il narcotizzante, l’anestetizzante. Un tipo di bellezza ad occhi aperti, terribilmente cruda, che trova oggi affinità solo con una Lana del Rey o con il pop barocco e l’estetica vintage di Perfume Genius. Gente con cui, non a caso, Mering ha collaborato.

Per fare tombola bastava dunque dare continuità al discorso iniziato tre anni fa. L’autrice di Andromeda non si fa sfuggire questa ghiotta occasione e imbastisce un seguito, And In The Darkness, Hearts Aglow, che non stravolge quanto fatto finora, ma, anzi, si pone come il secondo capitolo di una trilogia iniziata proprio con Titanic Rising. Se le intenzioni sono simili, la società in cui queste si muovono è radicalmente cambiata. Ciò che era motivo di denuncia nel 2019 è esacerbato, inasprito, peggiorato. La tempesta pandemica ha azzerato il contachilometri di Mering, consentendo alla cantautrice americana di indagare al meglio la propria interiorità, scavare se possibile ancora più a fondo nella propria anima. La copertina del nuovo lavoro, in questo senso, ci aiuta a decifrare il risultato di questa indagine. Un cuore più religioso che alieno brilla in mezzo al petto di Mering. Esso sintetizza una soluzione al senso di preoccupazione del disco, dovuto all’isolamento che segue la dipendenza digitale e, in toto, il capitalismo moderno. Una soluzione che, a detta dell’autrice stessa, risiederebbe nel concetto buddhista di interconnessione. Tutto è permeabile, tutto è connesso, le cose del mondo trovano dimora sulla nostra pelle. Niente di rivoluzionario, certo, ma un tocco meno cinico e più spirituale che di certo mancava nel capitolo precedente.

Se Titanic Rising conteneva un incombente senso di catastrofe, And In The Darkness, Hearts Aglow è immerso nell’oscurità tipica dell’ignoto. Instabilità, stalli, alienazione e ansia sociale sono visti come oli su tela, punti da decifrare, capire piuttosto che cercare di sovvertire. Cosa succede al mondo, alle persone che lo abitano, se ci dimentichiamo di prendercene cura? «We’ve all become strangers / Even to ourselves» recita Weyes Blood nel singolo It’s Not Just Me, It’s Everybody. Dove un arrangiamento retro-pop che fa pensare all’equilibrio straniante dei Carpenters fa da contraltare a un brano il cui video raffigura un telefono cellulare cannibale e una Mering in versione ballerina di varietà. «Mercy is the only cure for being so lonely» chiosa in un raro tentativo di dare risposte piuttosto che porre domande.

Sebbene l’album sia imbevuto di americana e di tutte le declinazioni del folk, la cantautrice è brava a iniettare nei dieci brani dosi di contemporaneità. God Turn Me Into a Flower riscrive il mito di Narciso disintegrandolo in un collage di frammenti impazziti, vitalizzati dal lavoro di Oneohtrix Point Never che ci aggiunge inquietanti violini elettrici e il cinguettio degli uccelli. La voce di Mering però trionfa anche di fronte a questo muro sintetico, trasformando il brano in un meraviglioso paesaggio di agitate fughe elettroniche. Altrove il frusciare delle drum machine e le chitarre basse (entrambi nelle mani fidate di Jonathan Rado dei Foxygen) di Twin Flame rompono gli splendidi ma sinuosi arrangiamenti presenti nella prima metà del disco. Il rischio di stordire l’ascoltatore e diventare ridondanti è reale, specie in questo ipnotico lato b. Ma persino le ballate al piano come la conclusiva A Given Thing trovano un senso di armonia all’interno del valore catartico dell’intera opera.

Per trovare i pezzi da novanta, però, bisogna guardare alla prima metà. Children of the Empire inizia con un semplice piano e voce in stile Carole King, per poi esplodere in una festa orchestrale tutta Brian Wilson, fra violoncelli, tuba e trombone. Il pezzo più up-tempo e più orecchiabile del disco è forse anche quello più riuscito. L’altro lato della medaglia è Grapevine, un brano ninna-nanna che lamenta la fine di una relazione. La sua voce si libera nel ritornello, pervasa di desideri e rimpianti del tempo perduto che non tornerà più. Malinconica e struggente.

And In The Darkness, Hearts Aglow è un disco che pone domande, più che proporre soluzioni. E già questo è sinonimo di una certa maturità. Certo, bisogna venire a patti con un gusto estremamente derivativo, nostalgico nei confronti dello stile cantautorale anni 70 (per altro in più occasioni dichiarato), ammantato di anestetici e crudelmente mono-tòno. Ma il disco grida “stile” da tutte le angolature, è raffinato senza suonare altezzoso, è mezzo di trasporto per uscire da quelle tenebre che esso stesso contribuisce a creare. Insomma, è denso di qualità che si addicono solo ai grandi dischi e ai loro autori.

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