Recensioni

Il fulcro del progetto Bebawinigi, al secolo Virginia Quaranta, cantante, poli-strumentista, compositrice e attrice, non è tanto l’anarchia compositiva o l’evidente capacità vocale, quanto il sapere tenere perfettamente in equilibrio forma canzone alterata, composizione avant e sperimentazione rock in modo da cesellare ogni brano con il massimo impatto. Una circostanza che sarebbe impossibile senza qualità vocali sopra la media, ma è soprattutto l’intelligenza prospettica che dosa e osa senza strafare, portando a casa ogni canzone di un disco come un gioiellino di un mosaico ben articolato.
Non un caso, in questo senso, la scelta di utilizzare per molte tracce il gramelot, linguaggio che da un lato le permette di unire il massimo dell’espressività con la visionarietà vocale di cui dispone, e dall’altro di fondere cantato e performance attoriale. Qualità che avevano positivamente colpito già dal primo omonimo album e ora messe ancora meglio a fuoco, sin dal primo singolo del nuovo disco, Ayahoo!, che brutalizza le eX-Girl saturandole a botte di Ruins. Una cosa per nulla scontata nel reflusso dell’odierna scena musicale e che fa del progetto un unicum.
Così come vanno a segno il rock saturo e proto futurista per narrazioni catatoniche di Mr. Fat o l’elettro punk nevrastenico e tribale che sbuca improvvisamente da correnti ambient concrete di Let The Game. Come se non bastasse, le qualità di cui dicevamo all’inizio permettono a Quaranta di variare molto la palette espressiva pur mantenendo il percorso solido: da filastrocche diabolicamente bambinesche (Zichi) al folk che stravolge la pur sopra le righe Joanna Newsom (Go Back), passando per paesaggi di quartomondismo no wave (Krisis, The Call Of The Deep) e accorato neofolk 2.0 (Camomilla), fino al candore deviato di un Sergio Endrigo impazzito (Giù Dal Cielo) e all’intensità di passaggi à la Angels Of Light (Space).
E ancora, l’ambient minimalista dal sapore jazz ad aprirsi in muri stoner amabilmente sconsiderati rimanda agli ottimi The End di Mats Gustafsson (Yeah!), mentre le nude sovrapposizioni vocali a collimare con il cabaret di Amanda Palmer di In The Hall Of The Mountain King non sono a questo punto del tutto inaspettate quanto la centrata chiusura di un album notevole.
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