Recensioni

Tra il 2018 e il 2019, Laura Loriga vive e lavora a New York. Vever, il suo primo lavoro solista, parte da Brooklyn e usa il set newyorkese per scrivere un nuovo capitolo di quella geografia delle anime su cui lavora fin dall’inizio. È anche un espediente, a suo modo riuscito, per spezzare quella dicotomia Bologna/Los Angeles, che per quanto esotica e commercialmente spendibile, dopo tre dischi come Mimes Of Wines, poteva stancare nelle sue traiettorie a cavallo tra alternative rock e livori europei. Vever, pertanto, è animato da una serie tutta nuova di volti, musicisti, suoni.
Un cambio radicale rispetto al passato, dove l’architrave principale era il classico costrutto piano-voce, pur all’interno di una cornice, di volta in volta, più o meno rock. Questa volta, l’unione tra arrangiamenti e scelte di missaggio regala un sound ricco, denso, pieno di sfaccettature, dove le singole piste non naufragano nel livello generale, ma si distinguono e fanno risaltare la voce. Merito di Misja Van Den Burg e Steve Silverstein, che confezionano un sound di alto livello. A questo si aggiunge la sezione ritmica, che eccelle a più riprese. Il passo suadente, ma non svenevole, di Otto Hauser unito al contrabbasso di Ran Livneh, regala metrature irregolari e inedite per Laura, che fin dal tris di apertura (Mimi, Door Ajar, Balmaha) sembra trovare una sua forma personale di ballata avant folk dagli umori malinconici, ma mai troppo torvi.
Non è un ripudio radicale del passato, perché quando ci si mette, solo voce e piano (mellotron) nella bellissima Black Rose, dalle cadenze simili a No Surprises dei Radiohead, e il testo preso da una poesia di Zbigniew Herbert, raggiunge ancora le vette dell’indimenticata Fishes. Eppure, come darle torto, se a contribuire agli arrangiamenti hai gente come Aaron Rourk, Ben Seretan e Janis Brenner, che regalano una diafana aria canterburiana a Passes The Flames, o Enrico Pasini e la malinconica tromba noir di Citizens.
Laura ha preso il titolo, Vever, da Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti di Maya Deren, dove viene descritto il linguaggio haitiano che sta dietro alla scrittura rituale voodoo. I famosi disegni simmetrici che rappresentano i Loa, gli spiriti evocati. Il fatto che ci sia sempre una perfetta simmetria in queste rappresentazioni sottende uno scambio alla pari tra vivi e morti, come in uno specchio. «Ho trovato questo molto interessante – spiega Laura – e mi ha fatto pensare alla sovrapposizione di spazi, tempi, persone, alla mia stessa famiglia e a quanto sia importante tutto questo in un presente che cambia così velocemente». Vever, quindi, come la rappresentazione, questa volta sonora, del continuo scambio tra voci, episodi, luoghi, che da sempre sta dietro alla ricerca artistica di Laura.
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