Recensioni

7.2

Per Ernest Hemingway il racconto deve costituire solo la parte emersa di una storia, di cui sostanza e implicazioni rimangono nascosti sotto la superficie, come un cuore inabissato di cui comunque il lettore può avvertire il battito sordo e oscuro: è la celebre “teoria dell’iceberg”, che rende così pregnanti le long e short stories del grande scrittore statunitense. Mi è capitato di pensarci, ascoltando il nuovo disco di Marsili – al secolo Felice Briguglio, siciliano classe ‘77 – malgrado il suo immaginario possa sembrare (sia) piuttosto lontano da quello asciutto ed elusivo di Hemingway. Lo direi persino agli antipodi, attraversato com’è da una febbre di visioni, costellato di luoghi, situazioni e correlativi oggettivi che, attraverso il filtro costante della metafora, acquistano vibrazioni oniriche, in direzione realismo magico. Eppure, in questi quadretti sonori si avverte la pressione sotterranea e la forza silenziosa del non detto, di cui la franchezza melodica si nutre, incamerando sostanza e peso specifico.

Rispetto al buon Aut de gamme del 2019, il secondo album di Marsili baratta certa spigolosità terrigna (produceva, non a caso, Cesare Basile) con una fragranza cantautorale e pop rock ad alta intensità. Quelle di Ossario sono ballate impettite, a tratti persino impetuose, disposte a sgranare senso di appartenenza (veri e propri atti d’amore per la propria terra, non privi di amarezza, come nella frondosa Pianotavola – Valcorrente o nell’impasto di suggestioni mediterranee e tex-mex di Alloro), a calare sul piatto un romanticismo tanto massimalista quanto inafferrabile (vedi la malinconia agrodolce vagamente Benvegnù di Mongolfiera), a gettare sguardi allibiti su un presente sempre più scivoloso (come nel vorticante languore Smiths di Fine – «c’è così tanta vita in così poco tempo / e poi sempre meno» – o in quella Astronave – «è diventato tutto importante / il valore non conta niente» – che prende in prestito l’assertività intenerita di un Samuele Bersani e il trasporto a perdifiato di Motta).

Tutto ciò, va da sé, non potrebbe stare in piedi senza una produzione artistica coraggiosa (che vede Briguglio affiancato da Michele Musarra) e a un lavoro di arrangiamento ben strutturato, generoso e a momenti volitivo, spesso giocato sul contrasto tra chitarre tremolanti e tastiere luccicose, come nell’assolata Campane – «la vista dalla finestra sembra un adesivo sul muro / ogni tanto è meglio affacciarsi per vedere se è vero» – o nella title track, col suo piglio categorico e al tempo stesso spaurito – da qualche parte tra Vasco Brondi e Rosario Di Bella – mentre spumeggia l’incontro/scontro tra pop sinfonico ed elettricità 90s.

C’è modo anche di lasciar affiorare (dalla parte di iceberg inabissata?) la fascinazione per certo impeto indolenzito di stampo Elliott Smith nella incalzante Solo e un vero e proprio omaggio a Rimbaud nell’irrequieta Arturo, come potrebbe un Morrissey alle prese con spettri hard prog sopravvissuti al dissolversi dei Seventies. 

Fin dal titolo, Ossario raccoglie resti, salme, scorie d’immaginario, impronte fossili di speranze e prospettive, linguaggi e codici inceneriti dalla macina del tempo, che grazie al piccolo prodigio di un pugno di canzoni possono tornare ai sussulti, al ribollire, all’incendio di sensi e sentimenti. Insomma: a camminare tra le cose vive. L’intento era indubbiamente ambizioso ma, alla luce del risultato, per nulla velleitario.   

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