Recensioni

Cos’altro dire su Paolo Angeli? Dopo lo splendido Jar’a, il suo viaggio sonoro prosegue con Rade, ed è ancora una volta uno scrutare interiore e geografico, mistico e terrigno, pittorico e aereo. Facendo perno sul cuore della sua Sardegna, lo sguardo si spinge fino a dissolvere il confine tra tempo e spazio, tra memoria e percezione.
La chitarra “preparata”, le elettroniche e la voce sono ancora e sempre gli attrezzi del procedere di Angeli nel ricordo accecante del passato, nell’orizzonte sgomento del futuro, nel momento obliterato del presente. Il suo è un codice arcaico che si sloga e tracima, cerca di farsi linguaggio per perdersi nell’istante successivo, incapace di forma eppure formato, come la persistenza segreta di un’impronta sulla roccia, come il riflesso frantumato del sole sulla mescolanza incessante del mare. Mare che, intuito e reimmaginato, sembra farsi senziente, un po’ come nel magnifico Solaris di Lem, ma anziché presenza ostile – prodotta dall’angoscia cosmica dell’essere umano – qui è un consorte solenne, una controparte vasta e indifferente verso cui dirigere gli interrogativi a lunga gittata, sperando nel barlume di una risposta.
Rade è un librarsi a volo d’uccello, immobile nella mente, con la solidità di un miraggio e la persistenza da fantasma allucinato, tra i colori sovraesposti di una cartolina al culmine del giorno. È musica dal dinamismo ventrale, minerale eppure incorporea. Metabolizzate definitivamente (?) le ascendenze Radiohead, messe a dimora strutture e dinamiche GY!BE nel terriccio pietroso della tradizione, Angeli dà vita a un folk che potresti dire etnico, ma dilatato fino alla trasfigurazione, impetuoso e minimo, posseduto da una folla di suggestioni, inchiodato sul basalto della giara mentre non smette di decollare, ficcato nel cuore cavo delle insenature, stordito dall’assalto aromatico della macchia mediterranea, la mente ormai al largo, smarginata.
La tradizione sarda che affiora in Ottava come ossa dalla terra, il rebetiko che intride Baklava di resina spinosa, la vertigine mediterranea che dilaga tra i miraggi orientali di Mare lungo, il flamenco polverizzato, incendiato e trasfigurato di Azhar, il tempo che si curva fino a vibrare e svanire nell’ipnosi estatica della title track, i relitti melodici incastrati come sogni nelle stratificazioni vibranti di Andira: Angeli cerca lo spirito dell’inafferrabile, e descrive questo cercare come un approdo infinito.
La sua musica non lascia intendere origini e finalità: si manifesta in itinere. Rompe il cerchio, scompagina le prassi, sommerge i confini, sorvola i codici della musica popular per espanderne la portata, l’orizzonte temporale, le modalità d’uso. Non è seminale, cruciale, importante: non produrrà epigoni. È irripetibile perché a suo modo definitiva. Perciò, forse, inutile. Ovvero: inestimabile.
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