Recensioni

7.2

Avant-pop, contemporanea, elettronica del XXI secolo, minimalismo… quando si parla di Orielles, benché si sia nell’ambito della musica leggera (ma non leggerissima), si va sul pesante. E non perché si abbiano problemi con la gravità (cit.), ma perché il discorso si fa serio. Il loro approccio al pentagramma è scientista, cerebrale, stratificato. Uno spasso sì, ma diversamente inteso; giovani sì (Esmé Hand-Halford, Sidonie Hand-Halford e Henry Carlyle-Wade avranno tutti sì e no una venticinquina d’anni), ma con le idee chiare.

Quella su che strada imboccare dopo l’ottimo Disco Volador, pubblicato quando in Italia stavamo giusto per entrare nell’incubo della pandemia, ha iniziato a prendere forma durante gli stessi lockdown, quando la band si è ritrovata in studio per via di un tour saltato causa restrizioni. La lavorazione del successivo progetto La Vita Olistica, inaugurando un nuovo metodo compositivo del trio, ha avuto effetti anche nell’approcciarsi a Tableau, in primis la decisione di entrare in studio senza demo già pronti ma per improvvisare partendo da zero. Si spiega così l’oleosa incorporeità, l’immateriale candore, la suadente intangibilità di questo quarto capitolo in studio, una mappa stellare sospesa, ologrammica, quasi interattiva, con i brani apparentemente in continuità l’uno con l’altro e spesso dilatati, a(du)lterati, quasi violentati nel loro patrimonio genetico, a partire dalla sfaccettata Beam/s, canzone (si fa per dire) scelta come anticipazione del lavoro proprio in virtù del suo piglio dreamy e dei suoi accenti cinematici, ma soprattutto del fatto che, considerato il suo sviluppo in fase di registrazione caratterizzato da continue aggiunte e sottrazioni di elementi operate nel tempo a partire da una jam, rappresenta l’ideale manifesto del disco.

In generale siamo lontanissimi dalla retromania, peraltro ispiratissima, del succitato capitolo in studio dato alle stampe nel febbraio 2020. I suoni qui sono molto più rarefatti, i toni diafani, i contorni sfumati. Da un lato l’avanguardia arty di A Certain Ratio e quella vaporosa degli Stereolab, dall’altro l’afflato sperimentale, ancorché d’impronta DIY, mutuato dall’indie. E, last but not least, l’amore per la melodia, che in terra d’Albione è questione di cromosomi. I ragazzi del West Yorkshire ci illustrano il mondo ideale al di fuori della caverna con un’opera da inocularsi in più dosi, ricaricando ciclicamente l’immunità alla mondezza culturale imperante. Tableau va consultato nella sua interezza, non se ne possono estrapolare pezzi; non lo si deve per forza imparare a memoria – troppi concetti, troppi particolari da ricordare – ma si può viverci assieme, usarlo come protuberanza della mente, una memoria esterna istantaneamente accessibile in ogni momento.

Di sicuro parliamo di un salto per l’evoluzione artistica della sigla, una svolta e di quelle pesanti (aridaje con la gravità). La maturazione è evidente dalla perizia con cui i ragazzi si gingillano con le soluzioni stilistiche, come giocando coi suoni e divertendosi a smontare e rimontare i brani. Difatti il disco, registrato in larga parte nel corso dell’estate 2021 a Eastbourne, città del Sussex, è co-prodotto dalla stessa band insieme all’amico Joel Anthony Patchett (King Krule, Tim Burgess) e utilizza – per dirla con loro – pratiche olistiche e strategie oblique (Brian Eno docet). Sperimentale ma di uno sperimentalismo affatto autoreferenziale e in cerca nuove vie. La palette sonora è arricchita da colori, la tavolozza è innestata con nuove tinture, e forse è per questo che il lotto si apre con la sequenza Chromo IChromo II, con la prima traccia a introdurre la seconda, che si configura come una miscela a base lisergica distribuita per linee sghembe. Anche Improvisation 001 è una dichiarazione d’intenti e probabilmente il titolo del pezzo è rimasto tale e quale a quello provvisorio affibbiatogli dai Nostri in fase di assemblaggio: il momento più audace del lotto, otto minuti e rotti di pura tensione free jazz, di oscuri presagi, di corde tirate al massimo, di lamenti agli ultrasuoni, di cori celtici, di cambi di marcia e repentini stop & go che riportano alla mente Nick Cave & The Bad Seeds e These New Puritans.

Da vicino nessuno è normale, sosteneva Franco Basaglia, il padre della legge che chiuse i manicomi, e gli Orielles ci tengono a preservare la loro diversità urlando tutto il proprio disagio. Transmission serve a questo e certi echi dei Blonde Redhead di Misery Is A Butterfly più che disturbare le frequenze, le stabilizzano. L’intelligibilità è peraltro confermata dalle nuance cosmiche di Airtight che ci ri-sparano nell’esosfera e dalle carezze lounge di Honfleur Remembered che ci fan sognare paradisi esotici ai limiti del mondo. Anche The Room ha il tetto scoperto per permetterci, col suo euforizzante afflato rétro/space dance, di ammirare la volta celeste. Da parte loro, a riportarci sulla Terra pensano le reminiscenze psych della rassicurante, ma non per questo priva di magnifiche storture, Darkened Corners e le cadenze increspate unite alle pose twee pop di Television; mentre The Instrument, specie nella linea di chitarra – e prima di aprirsi a un ritornello di stampo shoegaze – richiama le serrate ritmiche dark/post punk di gente che Manchester (dove gli Orielles vivono in pianta stabile da cinque anni) l’ha fatta conoscere al mondo. Del resto una band dalla natura cangiante come la loro non poteva non ispirarsi anche ai Chameleons.

Siamo sempre al solito discorso. Tableau inaugurerà una nuova strada o finirà per essere solo l’ennesima perla dimenticata di tempi in cui qualità, ricercatezza e raffinatezza sono considerati vezzi per la soddisfazione di qualche nicchia di nostalgici? Ai posteri l’ardua sentenza.

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