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7.3

I Beach House avevano “sfiorato” l’album doppio nel 2015, quando pubblicarono Depression Cherry e Thank Your Lucky Stars nel giro di due mesi (tra agosto e ottobre). Pare assodato che i due lavori fossero del tutto slegati, il secondo – concepito quando il primo era già in fase di stampa – figlio di un trabocco d’ispirazione tanto incontenibile quanto estemporaneo. Tuttavia e inevitabilmente all’epoca – sono passati solo sette anni, ma sembra un’era geologica: basti pensare che Spotify aveva appena 80 milioni di utenti contro i circa 400 di oggi – molti lo interpretarono come un segnale lungo la strada che stava portando il mondo della discografia in un territorio di nuove prassi, ridefinendo – va da sé – il concetto stesso di album, ormai svincolato dalla dimensione fisica e bisognoso di strategie promozionali figlie dei nuovi scenari. 

Che il processo di assestamento sia tuttora in corso mi sembra abbastanza chiaro, tra spinte esplicite a prediligere la pubblicazione di più singoli e la (conseguente?) politica delle anticipazioni che rende disponibile una parte sempre più cospicua del “disco” prima della sua uscita integrale. Con Once Twice Melody – il loro ottavo album – il duo di Baltimora introduce un approccio che pare tutto sommato in linea coi tempi, ma non senza tentare una reazione.

Innanzitutto, è un doppio album: diciotto canzoni per ottanta minuti abbondanti di durata. La pubblicazione però è stata scaglionata in quattro “capitoli” di circa venti minuti ognuno che hanno visto la luce sulle piattaforme di streaming a partire dallo scorso novembre. Di peculiare c’è che ogni “capitolo” è accompagnato da un “lyric video” nel quale ogni canzone viene connotata da un immaginario specifico, imperniato sul font dei testi e sulla tipologia delle animazioni. Nel complesso domina un’aura vintage che spazia dai cartoon psichedelici dei 60s all’effettistica televisiva degli 80s, definendo i contorni di un incantesimo ammaliante e allucinato, piuttosto nostalgico eppure in qualche modo vivo e combattivo, voglioso di definire un’impronta propria e forte in questi tempi di discografia “liquefatta” e assai volatile. Anche se l’unico modo per farlo sembra – paradossalmente? – tirarsene fuori, alzare le paratie, definire un giardino spaziotempo entro una recinzione estetica netta e con leggi narrative autonome.

I Beach House si sono creati insomma la loro bolla, un labirinto di falsi movimenti, un caleidoscopio di miraggi solidificati, un museo di sogni: si direbbe un vero e proprio ecosistema, non troppo significativo rispetto agli sviluppi del presente ma proprio per questo impermeabile (o quasi) all’azione logorante del flusso incalzante di nuove uscite, all’aggiornamento frenetico del catalogo.         

Questa però è o dovrebbe essere la recensione di un disco, ragion per cui dopo duemila battute (abbondanti) è forse il caso di parlare di musica. Inizierei col sottolineare che per la prima volta Legrand & Scally si autoproducono, coadiuvati al missaggio da un asso come Alan Moulder nonché da più saltuari interventi di nomi non certo di secondo piano quali Caesar Edmunds, Trevor Spencer e – ehilà – Dave Fridmann. Dal punto di vista dei suoni, la principale novità è costituita dal ricorso a un ensamble di archi (e da un conseguente, decisivo arretramento della chitarra) che fa scivolare i pezzi in territorio cinematico e chamber pop, ferma restando la consueta vena dreamy e shoegaze per un impasto che mai come oggi sembra circoscrivere una monade ipnotica, un “luogo” sbalzato dal presente dove le leggi del tempo sembrano abolite o sospese a vantaggio di uno struggimento forse artificioso (sicuramente artificioso) ma in sé del tutto coerente e florido, grazie anche a radici ben piantate in un terreno ricco di sostanze nutritive.

Dalla prima all’ultima nota ci ritroviamo immersi in un cocktail amniotico a base di french touch valvolare (da qualche parte tra Air e Stereolab), pastelli androidi Giorgio Moroder, retrofuturismi Broadcast, fantasmagorie My Bloody Valentine, romanticherie fosche Mazzy Star, epica trasognata Mercury Rev e persino languori abbacinati Flaming Lips. Materiali che la penna dei Beach House – dalla calligrafia prevedibile eppure sempre così a fuoco da smorzare sul nascere la… prevedibilità – organizza in combinazioni suggestive, solenni e palpitanti, giocandosi il proverbiale contralto della Legrand con bella disinvoltura (vedi ad esempio le stratificazioni da cardiopalma di Sunset) e talora congetturando azzardi strutturali di stampo arty (come in quella Pink Funeral che potrebbe non dispiacere a una St Vincent). 

Non lo direi il miglior disco dei Beach House, ma solo perché sembra costituirsi come summa, stratificazione e superamento delle loro cose migliori. La sensazione infatti è di un intento in parte “antologico” rispetto a quanto fin qui dimostrato in carriera, ma anche “progressivo” riguardo alle possibilità offerte dalla loro tavolozza, con l’obiettivo di produrre classici contemporanei dalle ambizioni radiofoniche mai tanto marcate e – soprattutto – credibili. La sfida – paradossale, sì – potrebbe essere esattamente questa: partecipare alla corsa senza gareggiare, risultare significativi nella misura in cui è (ancora) possibile scegliere da sé il ritmo, la direzione e il traguardo.     

In definitiva, è davvero un buon lavoro, anche se ammetto di covare una piccola riserva: non ho ben capito quale sia il suo effettivo peso specifico al netto di questa sorta di splendida autoreferenzialità, che a gioco lungo potrebbe rappresentare il suo punto di forza e al tempo stesso il principale fattore di debolezza. In ogni caso, è con questo disco che i Beach House dovranno da qui in avanti fare i conti.   

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