Recensioni

Il percorso di Don Antonio è abbastanza imprevedibile, direi persino rapsodico, a dispetto di un’attitudine che invece è piuttosto marcata, messa a punto negli anni tra l’esperienza Sacri Cuori e la frequentazione di nomi diversamente in bilico sul filo del rock USA, intriso di umori tex-mex come nel caso di Alejandro Escovedo oppure disposto a coniugare cantautorato e umori psichedelici, vedi i casi di Dan Stuart, Steve Wynn o di Hugo Race.
In un certo senso, è come se Antonio Gramentieri guardasse a se stesso – Don Antonio è in sostanza lui in versione band – come a un progetto aperto, a cui imprimere ovviamente una direzione ma anche a cui prestarsi, un po’ come fa in veste di chitarrista nelle collaborazioni summenzionate. Se il primo album omonimo scavava sabbia e vaporizzava miraggi come un un Morricone sognato dai Calexico e strattonato dai Los Lobos, il secondo The Lockdown Blues ragliava liberatorio in modalità live rivolto a un palco apocalitticamente vuoto, mentre il terzo – La bella stagione – scodellava un cantautorato sorprendente, oltretutto in lingua italiana, canzoni come cartoline spedite da chissà quale entroterra della memoria.
Il qui presente Colorama – quarto album in cinque anni – coincide con un altro aggiustamento di rotta, ma stavolta sembra suggerire un tentativo di sintesi del cammino percorso. Detto che sul lavoro incide la sua parziale natura di soundtrack, dal momento che alcune musiche sono state utilizzate per la docuserie Wanna (la cui colonna sonora è appunto firmata Don Antonio), affiora tra i quattordici pezzi un senso di abbandono cinematico, di sguardo che vaga su una geografia di visioni tangibili.
Non si tratta di riprodurre una mitologia e riarticolare i riferimenti musicali suddetti, ma di reinventare una dimensione, di definire un luogo a partire dalla materia viva di una realtà – concreta e quotidiana – su cui galleggiano i relitti e gli splendori, le glorie e le miserie di un passato che non ha smesso di nutrire l’immaginario. Reinvenzione che significa – necessariamente? – astrazione, vagabondaggio nel territorio del sogno, un’allucinazione che ondeggia densa e inafferrabile tra la balera e la cordigliera.
Stretta una assai opportuna alleanza con il duo toscano The Graces (Luca Giovacchini a chitarra, basso e tastiere, Piero Perelli a batteria, percussioni ed effetti), Gramentieri definisce perimetri concentrici e allo stesso tempo decentrati, stringe su coordinate tutto sommato prevedibili ma le cosparge di polvere ipnotica che le fa slittare in un altrove suggestivo e al tempo stesso destabilizzante. Vedi quella specie di Ry Cooder che caracolla tra crotali di celluloide in Polvo o tra ectoplasmi dub in The Good Son, oppure una Luise che procede spersa tra desolazione Red House Painters e stregonerie Badalamenti, quest’ultimo presente in filigrana anche nella più accorata Lyle, per non tacere di Late Bloom col suo groviglio fluido di fatamorgane spaghetti western.
Una falsariga già di per sé mutevole su cui si aprono costanti varchi in direzione latinoamerica, è il caso del passo guizzante di La Manna e di quello più sornione di Calacumbia, oppure dell’estro calypso (credo) di Mustah. Non solo: se Black Wolf Boogie mastica la sagoma torva di un blues elettrico waitsiano, in Barga entrano in circolo umori nebbiosi Paolo Conte (altezza Gli impermeabili) e nella flemmatica L’Ombre un talkin femminile sparge french touch tra deserto e night club.
Poi, certo, c’è Cinque minuti di te, canzone che sembra uscire da una capsula del tempo – l’aria viziata dai languori sotterranei dei Sixties italiani, tutta una geografia implicita di balere e garçonnière – interpretata con autorevolezza intrisa di sottintesi e senso del crepuscolo da Daniela Peroni: in quanto sigla di Wanna innesca un gustoso contrasto che sembra alludere a quell’amalgama di aspirazioni, desideri e feroce disillusione che ha costituito l’humus per tante derive impazzite lungo i famigerati anni Ottanta.
È importante sottolineare come tutto questo non accada, come dire, in purezza: l’orecchio coglie un certo lavorio sintetico di fondo, cortine fumogene e ricami batterici, presenze inafferrabili che spandono spore d’incantesimo amaro, d’inquietudine sottocutanea. Se è un sogno, insomma, non è immune al contagio della realtà, al suo soffio tossico. Se è un cinema, dalle sue pareti porose filtrano lame di luce che fanno socchiudere le palpebre, obbligano a vedere lo spettacolo attraverso la membrana delle ciglia, a stare con un piede di qua e uno di là dalla soglia.
La musica di Don Antonio deve molto alla nostalgia, certo, e deve molto alla padronanza con cui sa plasmarla, mescolandone forma e sostanza. Spesso fa pensare a una strategia di fuga, quasi mai a una forma d’arredo (il che, intendiamoci, non sarebbe una colpa). Ma quello che emerge è un altro aspetto (un sintomo?), ovvero un retrogusto di spossatezza, di estenuazione, che ascolto dopo ascolto invade la scena e delinea i contorni di una missione ben precisa: farci intravedere la progressiva inabitabilità del presente, la sua natura sempre più arida, algoritmica, ostile al dispiegarsi della pura suggestione.
La musica di Don Antonio è uno spiraglio, una crepa sul cemento, una breccia che spezza la barricata. È un invito ad attraversare che significa tornare, riallacciare contatti, stringere di nuovo mani e cose, capire il linguaggio insidioso e sbalorditivo dei sogni.
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