Recensioni

7.3

Rispetto ai primi due album da solista di Maria Chiara Argirò (The Fall Dance del 2016 e Hidden Seas del 2019) e a quello realizzato in duo con il chitarrista Jamie Leeming (Flow, segnalato tra i migliori album del 2020 ai Jazz Revelations Awards nonché album jazz del mese per il Guardian), il nuovo Forest City rappresenta un forte cambio di prospettiva, di angolazione, di temperatura. E di stile, certo. Credo che potrei spingermi a definirlo un rovesciamento copernicano. 

Fino a ieri per lei, pianista di formazione jazz (ha studiato alla London Centre of Contemporary Music per poi specializzarsi alla Middlesex University) il jazz costituiva appunto lo sfondo, l’orizzonte, lo scenario, la calligrafia, la tavolozza e la cassetta degli attrezzi, l’origine e l’approdo insomma di un discorso espressivo comunque aperto a deviazioni, escursioni, fibrillazioni (come è proprio – costituzionalmente – del jazz). Con questo nuovo album invece sembra accadere il contrario. Sembra cioè che il jazz sia diventato l’eventualità accidentale, il territorio franco oltre il confine poroso tra forme musicali così lontane così vicine, una possibilità sempre in agguato a partire da ipotesi sonore di stampo electro – nelle sue declinazioni ambient, downtempo, indietronica, persino IDM – e dream pop, in alcuni casi strutturate come vere e proprie canzoni (a cui Maria Chiara presta una voce assai suggestiva). 

Segnali riguardo la sua versatilità c’erano del resto già stati, vedi la collaborazione coi These New Puritans e soprattutto quanto fatto col duo Moonfish, allestito nel 2020 assieme al batterista Riccardo Chiaberta, esperienza quest’ultima che metteva in luce un’attitudine già decisamente sintetica e focalizzata su ritmiche in bilico tra il mondo dei dancefloor e quello dei jazz club. Ma Forest City è altro, è un oggetto difficile da circoscrivere, la cui formula non certo a caso ha stregato la losangelina Innovative Leisure, etichetta nota per l’eclettismo di un roster in cui puoi pescare nomi quali BadBadNotGood, Classixx e Nick Waterhouse

Innanzitutto va segnalato che alla base c’è un concept, anche se rimane “dietro” allo svolgersi della scaletta, lasciando alle tracce la possibilità di significare in autonomia. L’argomento ha qualcosa a che vedere – ok, forse più di qualcosa – col lascito del lockdown, ovvero la meditazione forzata sul rapporto (sul dissidio) tra spazio urbano e naturale, la consapevolezza del senso dei luoghi in cui viviamo, quelli su cui imprimiamo il segno della nostra presenza sul mondo. Questo refrain tematico emerge solo in parte dai testi, essenziali fino a un caldo ermetismo, ma è senz’altro un’angolazione che affiora sulla forma del suono, nel quale l’elemento analogico (o “organico”) viene trattato come se fosse il fantasma di se stesso, la strana presenza che abita la “macchina” (meccanica, elettronica, digitale). Le voci, le percussioni (di cui si occupa Chiaberta) e la tromba (l’ottimo Christos Stylianides) finiscono per incarnare (!) la persistenza spettrale dell’elemento umano nella dimensione del post-umano: un’infestazione raccolta, tiepida, ma al tempo stesso intrisa di angoscia sottile.

Non siamo insomma in territorio distopico, ma in un presente allibito, in cui ogni coscienza esiste tanto più intensamente quanto più somiglia a una slogatura percettiva. Nella sua compattezza (neppure mezz’ora per otto tracce), il programma di Forest City obbedisce a una ben precisa sceneggiatura. La opening Home serve appunto a collocare l’ascoltatore in un luogo ibrido, una strana compenetrazione tra backroom e open air, dove tra tastiere da Brian Eno sotto valium e tensione dronica affiora una pulsazione sfrangiata che ricorda il rumore di passi in chissà quale brughiera virtuale. Ed è qui, in questo disorientamento saturo di apprensione, che la title track arriva a dispiegare la propria trepidazione pietrificata, in sella a tastiere vetrose come un Terry Riley adombrato Radiohead (altezza Kid A, la canzone), col tramestio quasi ornitologico delle ritmiche e quel canto da sogno sgualcito (“Lone clouds, symbol and sign/Follow just what you see”), finché una pennellata di tromba non schiude una coda di bordoni, loop e riff di synth, come una memoria trip-hop mandata in dissolvenza. 

Il senso melodico di Argirò è intenso, pastoso, tanto da indurla a stemperare, a trattenersi sul bordo del troppo accattivante, preferendo aggirarsi su un palcoscenico chiaroscurale dove melodia, ritmo e mutazioni timbriche allestiscono un teatrino d’ombre e bagliori, di apparizioni cardiache e sintetiche. In qualche caso predomina comunque il canto, come in Blossom, cinematica e cupa, sinistramente assorta e rigida, della serie anche gli androidi sognano shoegaze, però a un tratto disposta a sgranare un impasto ipnotico di tastiere, voci e soprattutto un assolo di tromba al tempo stesso volatile e mercuriale. Rasenta persino la dimensione del radiofonico – come sarebbe auspicabile nel migliore dei mondi possibili – l’agrodolce Greenarp, strutturata su un motivetto di synth quasi lo-fi e su un canto spinto una tacca in più sul versante del fiabesco & sussurrato: ne esce un siparietto toccante a base di residui combattivi di dolcezza strappati all’inquietudine (“Wake up, it’s all gone/Try to keep a hold on”), tra arguzie ritmiche delicate e il drone che si avvita fino a uno sfumare vorticoso.   

A questo lato che potremmo definire più “narrativo”, si affianca quello “pittorico”, cioè pezzi strumentali (o quasi) che inquadrano scorci dinamici, situazioni minime in cui vibra un dettaglio illuminante, come nel valzerino jazztronico di Clouds (il canto da bambola androide, i loop spettrali, le cortine fumogene dei synth, l’assolo di tromba come una lacerazione nella tela digitale, tutto un senso di gioco e allarme come dei Mùm caramellati Jon Hopkins), nell’arcana e incalzante Treehouse (che a tratti ricorda l’oscuro scrutare e il radioso girovagare degli EST) oppure in quella Bonsai che, in libera uscita tra IDM e downtempo, sciorina ritmica spezzettata dal retrogusto latino su cui la tromba spalma pennellate sornione prima d’incendiarsi e infine fondersi nelle stratificazioni fuligginose del finale.    

Questo disco è insomma un piccolo evento sonoro, un luogo in cui ispirazione, intuizione e direttrici estetiche si combinano per sintetizzare musica immediata, addirittura fresca malgrado il mix di gravità e complessità che la sostanzia. Ed è anche significativo in quanto gesto che sceglie di svincolarsi da categorie e cataloghi, polverizzando aspettative jazz senza però allinearsi a canoni popular commerciali o alternativi: ha l’aspetto insomma di un passo dettato da un’esigenza espressiva pura e semplice, che è andata in cerca del linguaggio più adeguato, il migliore o forse addirittura l’unico possibile. 

Il rischio è che Argirò possa alienarsi l’ambiente che finora l’ha sostenuta (sarà interessante verificare quante testate jazz scriveranno di Forest City…) senza trovare attenzione e spazio tra le riviste, le webzine e gli appassionati del fronte ampio e sfrangiato che copre le aree del rock, del pop, dell’elettronica e della club culture. In ogni caso, è una scommessa che meritava di essere giocata. Brava, brava davvero.

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