Recensioni

7.4

Dico a te, lettore. Curioso o svagato, entusiasta o scettico, fedele o capitato su questa pagina per un frullo imponderabile di click. Devo chiederti conto, metterti al corrente, scaricarti addosso un cruccio che mi accompagna da anni. Anzi: da decenni. Due, per l’esattezza. Da quando più o meno seguo la traiettoria di Humpty Dumpty, messinese, registrato all’anagrafe come Alessandro Calzavara, oltre venti titoli in repertorio. 

Li ho ascoltati tutti, quei circa venti dischi, ne ho persino recensiti un po’, alcuni anche su questa webzine. Fin da subito ho avvertito i segnali di un talento particolare, anche se nei primi lavori stavano sepolti sotto a un approccio DIY fin troppo ostentato, di cui comprendevo cause e ragioni, certo, ma che finiva per castrare una vena d’autore e interprete ampiamente sopra la media, meritevole di forme meglio definite. Il tempo ha posto rimedio a questo “difetto”, anche se i ben più curati ultimi lavori non rinunciano all’impronta corrosiva, allo squilibrio timbrico, a quella componente di avventatezza da opporre come uno stigma alle standardizzazioni produttive. 

Ho seguito Humpty/Calzavara nel suo oscillare tra new wave e neo-psichedelia, tra l’italiano e l’inglese, mentre il centro di gravità restava piantato sul terreno aspro di una critica sdegnosa al cuore stesso della Macchina: tutto uno sfilettare le forme mentali, i tic e le minutaglie fenomeniche della cosiddetta normalità, ogni canzone una bolla di ruggine sulla lastra che copre gli ingranaggi ronzanti, il ribollire sordo delle nostre vite mentre sciamano deliziosamente inutili, lubrificate dalla dialettica nevrotica tra distacco e connessione.

Ogni album ha rappresentato per me motivo di rinnovato stupore. Canzoni sempre a fuoco, motivate, dense, affilate. E ogni volta a chiedermi: chissà in quanti, chissà chi, lo starà ascoltando. Lo so, caro lettore: di artisti sottovalutati, misconosciuti e carbonari sono piene le cronache della cosiddetta stampa specializzata. In fondo su queste pagine – vale per chi scrive e per chi legge – non facciamo altro che spostare lo sguardo dal sole della celebrità (più o meno meritata) all’ombra fitta dell’indifferenza (quasi sempre immeritata). Non è una falla del sistema, è la sua natura, il piano inclinato sul quale rotola la nostra voglia – il nostro bisogno – di rivelazione e rivalsa. Perché sì, mio lettore: in fondo siamo tutti soli e splendenti nella notte.

Appunto: We are Lonely and Glowing in the Night. Titolo (splendido) del ventunesimo – se ho contato bene, ma che importa – disco di inediti per Humpty Dumpty. Solite le coordinate, simili gli ingredienti: un po’ di ebbrezza spigolosa Julian Cope, l’estro radiante e trasognato di Robyn Hitchcock, particelle del primo farneticante Brian Eno, qualcosa del raggomitolarsi fosco di Scott Walker stemperato con ugge Felt, più uno strano fluttuare tra  – quasi un compenetrarsi di – senso del tragico dark e vampe adrenaliniche madchester. 

E canzoni, mio caro lettore. Soprattutto canzoni. Figlie di isteria androide (Oh Rebecca), di consapevolezza ulcerata (Catastrophe Jukebox), di resa dei conti universale (The Connotations of God), di planaggio sul più impietoso disincanto (Sincerely False), eccetera. Tutte mosse da uno spasmo sensato e al tempo stesso sfrenato, da uno sbalzo emotivo dominato a stento, come un ondeggiare tra rabbia e ragione passando da varie gradazioni di acutezza e sconforto. Trame sonore (oltre a cantare, lo stesso Humpty/Calzavara si occupa di tutti gli strumenti, tranne i bassi suonati da Giovanni Mastrangelo) su cui i testi del sodale Gianluca Ficca ricamano ispidi, sensuali, analitici, torbidi, evocativi, corrosivi, morbosi, sacrileghi. 

Testi che possiedono l’angolazione cruda delle diagnosi (“We’re funny fakers/and tragic employers of our own”), la sintesi vertiginosa degli incubi (“Veins are snakes/That hand the Apple”), il lirismo slogato dei disallineati (“Fix the panties on your thighs/Oh, the golden rain/That flows with its sweet taste/It’s baptism in a new form/It’s the profane method of purifying faults”). E tutto converge, in una raccolta compatta, viscerale, batterica. 

Eccoci al punto, lettore. Non approfitto ulteriormente della tua pazienza e passo a chiederti: sbaglio a vedere in questo disco l’ennesima prova di una traiettoria importante, forse addirittura cruciale, tanto più significativa quanto più indifferente ai riti della liturgia rock, e di conseguenza trascurata, omessa, come una scia che sfrigola e si consuma ai margini del campo visivo? E ancora: sbaglio a considerare la discografia di Humpty Dumpty come una chiara dimostrazione di come il linguaggio del rock sia ormai condannato a una scivolosa irrilevanza anche se – proprio se – pensa se stesso come un bisturi in bilico sul presente? 

Te lo chiedo perché, a dire il vero, sono stanco di segreti custoditi bene: non servono a niente. Come non serve a niente celebrare a vuoto. Quindi, ti prego, ascolta questo disco, lettore. Ascolta. 

Non c’è altro.              

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