Recensioni

7.3

Un’onda di perplessità ha attraversato la mia bolla social quando – fine aprile 2022 – si è diffusa la notizia che i Wilco avrebbero pubblicato un album dal titolo Cruel Country. Un album doppio, oltretutto. I rumors e le ipotesi iniziarono a nutrirsi vicendevolmente: sarebbe stato davvero un album country, come lasciava supporre il titolo e il centrotavola in pizzo riprodotto in copertina? Le anticipazioni confermavano in parte questa prospettiva, spingendo la perplessità sul territorio scivoloso del timore. 

Un momento: perché timore? Per quale motivo dei Wilco alle prese col country avrebbero dovuto rappresentare un problema? Il country è da sempre stato un elemento del loro linguaggio, per molti aspetti l’humus addirittura, che non ha mai smesso di emergere attraverso le strattonate rock, le evoluzioni pop, le geometrie spezzate di ascendenza kraut e il taglio (cant)autorale indolenzito. 

Certo, parliamo di un country che in un quadro del genere finiva per guadagnarsi naturalmente il prefisso “alt-”, vuoi perché oggettivamente trasfigurato, o vuoi per aggirare lo stigma di genere conservatore, espressione di un’America rurale, tradizionalista, refrattaria a piantare il baricentro oltre il perimetro di valori e ruoli consolidati, per non dire retrivi e ottusi, non propriamente in linea insomma con la sensibilità e la – diciamo pure – poetica di Tweedy e soci.

Ecco però che col loro album numero dodici i Wilco decidono di farsi un giro proprio da quelle parti, anche se si tratta di una scelta prima tematica – o, diciamo pure di nuovo, poetica – che formale. Country è termine traducibile secondo il contesto come “nazione”, “campagna”, “patria”, “regione”, “villaggio”. Ed è anche, certo, un genere, quel genere lì. Un’omografia tutt’altro che casuale. Tweedy – che al solito compone ogni nota e scrive ogni riga – ha scelto di tenere fuori il lato sperimentale della band, quella sua attitudine a tratti smaniosa di saggiare la porosità dei confini, di scozzare consuetudini e steccati, per rendere il tono delle canzoni mimetico a ciò che gli premeva osservare, vale a dire il cuore degli States alle prese con una Storia che non sembra più in grado di padroneggiare e immaginare. 

È un linguaggio quindi regolato sull’oggetto, un tentativo di assottigliare lo scarto tra forma e sostanza. Le canzoni, dicevamo, sono ben ventuno: parliamo, è il caso di sottolineare, del primo album in studio doppio dei Wilco dai tempi di Being There, e sappiamo cosa significa un evento del genere nella discografia di una band. In questi casi il rischio del riempitivo è concreto, verrebbe da dire fisiologico, forse perfino calcolato. Mi spingo a ipotizzare che si tratti di una scelta ben precisa: tanti pezzi cioè come i denti di un pettine fitto in cui finiscano intrappolati i nodi e le scorie che Tweedy intendeva setacciare, ovvero i fantasmi di un american dream ormai sclerotizzato, i molti modi in cui una vita può andarsene alla deriva, l’impasto di rabbia e disarmo che concima i giorni senza sbocco, la sensazione quasi tattile di abbandono e sconfitta, e via discorrendo. 

Al centro del mirino c’è quindi una geografia di desolazione messa a sistema, la disperazione come ingegneria e carburante di una realtà-macchina, di un motore che puoi lubrificare solo alienandoti o aggrappandoti a una qualche idea di comunità (“All you have to do is sing in the choir/Kill yourself every once in a while/And sing in the choir/With me”). E c’è un’accusa che brontola nel petto, il personale che si rovescia nel collettivo, vita e Storia che annaspano nelle secche di uno stesso destino, come nella quasi springsteeniana Hints (“Do you remember when we would forget?/When we were, I guess, an empty continent?/We stretched our necks to hear below the decks/But our fears were never real enough so we would just project”).

Detto questo, stiamo parlando di un album country? Ebbene, no. Del country coglie l’attitudine acustica che si elettrifica quanto basta a rendere più luminose le scie e le scintille della chitarra, quel posarsi a cuore nudo sulla verità implacabile dei giorni, il rimbombare sordo dei sentimenti nella partita a scacchi dell’incomunicabilità, una certa fierezza da contrapporre al disincanto cosmico di chi sa che deve vedersela da solo in una guerra da cui non si esce vincitori (“The universe/For better or worse/It’s the only place/To be”). 

Ma è prevalentemente un album di ballate folk-rock che rimette in circolo gli spettri più quieti di Tweedy: vedi la malinconia cremosa di Heart Hard To Find (“Reality/Ruins everything/I like a breeze/Gently shaking a tree”), quella The Empty Condor che chiama Alex Chilton e Neil Young a fronteggiarsi in un incubo livido, oppure la toccante Darkness Is Cheap (“A canyon is not deep/Until, falls asleep”) con la nudità di piano e chitarra acustica sul toccante contrappunto di ottoni.

Curiosa poi la filastrocca jangle tra R.E.M. ed Elliott Smith di Bird Without a Tail / Base of My Skull, costruita sul contrasto tra il lirismo evocativo dei versi (“When the sky began to roar/Was like a lion at my door”) e il tono mesto del canto, con in mezzo una bella deriva strumentale dalle fragranze quasi Grateful Dead: credo si possa parlare del fulcro poetico di un disco che mescola continuamente il politico e l’esistenziale, assieme alla lunga (quasi otto minuti) ed eterea Many Worlds, sorta di contro-preghiera desolata (“When I look at the sky/I think of all the stars that have died”) sostenuta da un piano lennoniano e da un tappeto di vapori spacey, prima di una bella coda chitarristica intrisa di apprensione e languore.

Poi, certo, c’è anche il country, implicito nella verve rock’n’roll di Falling Apart (Right Now), esplicito nella disarmante A Lifetime to Find (“Oh Death, oh Death, I was just getting dressed”), deliziosamente rovesciato nella rivelatrice Country Song Upside Down e serpeggiante nell’agrodolce title track, dove il senso di allarme assume la forma di un incubo sonoro (quella specie di sirene ectoplasmatiche sullo sfondo).

In conclusione, non lasciatevi ingannare dal titolo e dalla copertina. Anzi, fatelo. Questo disco è un inganno crudele. Un nuovo, grande disco dei Wilco.

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