Recensioni

Non è stato certo con le mani in mano, Bill Callahan, nei due anni di tempo fuori di sesto della pandemia. Se Gold Record raccoglieva – nel settembre del 2020 – tracce incise live in studio con una certa urgenza (ma senza perdere niente sul fronte dell’intensità), nei mesi successivi la collaborazione con Bonnie Prince Billy fruttava le diciannove cover di Blind Date Party, ognuna impreziosita da un featuring di rilievo (da Ty Segall a David Grubbs passando da Matt Sweeney, David Pajo e via discorrendo). Insomma, l’uomo che ci mise sei anni per dare un seguito al buon Dream River del 2013 (con l’ottimo Shepherd In A Sheepskin Vest), sembra avere regolato il passo su una cadenza che legittima espressioni tipo “seconda giovinezza artistica”, ammesso che abbiano un senso.
In questo caso, direi di no: Callahan mi pare uno che si è sempre preso il suo tempo, un tempo refrattario ai tempi standardizzati, pianificati, organizzati su convenienze di calendario o di mercato. Nell’ex-Smog c’è da sempre una componente di marginalità, di distanza o – meglio – di distacco: fa parte della sua musica, dei suoi testi, di come appare nelle immagini promozionali (che sembrano sempre prese suo malgrado), delle copertine dei dischi. Nonché, certo, della sua voce, il cui consueto primo piano ondeggia come sempre tra il confidenziale e il soliloquio, come una confessione serale – quando gli ormeggi si allentano e il divagare è un modo di dare forma alla verità – o le scorie dell’anima raccolti sul divano, tra le coperte, sulle pareti e la soglia di casa. In YTI⅃AƎЯ – più avanti azzarderò un’ipotesi sul perché di questo titolo – accade però qualcosa di nuovo: i timbri di voce e strumenti si fondono in un impasto che direi quasi carnale, conferendo a questi folk intrisi di soul, blues e sporadiche perturbazioni rock una consistenza materica, una natura tangibile, cosale.
Assieme a Bill suonano Matt Kinsey (chitarra), Emmett Kelly (basso), Sarah Ann Phillips (organo e piano) e Jim White (batteria), ai quali si aggiunge il clarinetto di Carl Smith e le trombe di Mike St. Clair e Derek Phelps. Nell’insieme compongono un’accolita intima e al tempo stesso formicolante, discreta ma col fiato sul collo dei diversi umori del leader, il quale somiglia più a un ospite, di quelli che si aggirano perfettamente soli anche in un salotto affollato.
Questo taglio riservato – per non dire recondito – è del tutto congruo a forma e sostanza delle canzoni, che sembrano voler accadere sulla linea di confine tra dentro e fuori la sensibilità – la coscienza? – dell’autore, come sempre regolato su un io narrante non troppo definito, impalpabile anche se al tempo stesso tenace, in bilico tra corpo e ombra, tra la polvere del presente e la luce del ricordo. Oggi più che mai, Callahan pare mosso da una sorta di inerzia estatica ed esausta, da un’energia calorosa ma riluttante, da una “stanchezza cordiale” insomma che già di per sé è una critica profonda all’iperattività sensazionalistica che egemonizza tempi e modi del vivere nell’epoca della società performativa.
“And we’re coming out of dreams/As we’re coming back to dreams”, i versi che aprono la prima traccia First Birds (l’incedere sornione di un Fred Neil tra vagheggiamenti Nick Drake) sono un varco perfetto per accedere a questa dimensione duale – riposta e al tempo stesso empatica, diversamente socievole – ribadita con regolarità dai fraseggi circolari delle chitarre, dall’angolazione ipnotica delle canzoni. Ballate, perlopiù, dalla morbidezza scivolosa e altera come un tempo ti aspettavi dai Lambchop (soprattutto la dolorosa Lily e la languida Naked Souls), o provviste di una grazia densa e galleggiante come un Lou Reed abbacinato a Coney Island (nella quasi younghiana Coyotes), oppure in equilibrio tra solennità spirituale e delizia sensuale come certo Leonard Cohen (presente in filigrana un po’ ovunque).
Tuttavia, anche quando queste canzoni scivolano con andazzo mansueto, in un attimo sono capaci di cambiare pelle e temperatura, per quindi maneggiare vibrazioni cupe come ti aspetteresti da un complotto tra Mark Lanegan e Scott Walker: vedi le ruggini che corrodono le fattezze soul sul punto di astrarsi jazz di Planets, oppure certe traiettorie più ossessive e brusche, come il John Martyn nevrotizzato Nick Cave di Partition o il Tim Hardin insabbiato Howe Gelb di Bowevil. Persiste insomma un retrogusto di agguato appena dietro l’angolo, un’insidia che non smette di rosicchiare le fondamenta della quiete, un fantasma che sovrappone il suo volto livido alla frenesia accogliente del nostro caro, pazzo mondo di connessioni & interazioni.
E quindi, entrare nel sogno – o nell’incubo, nell’allucinazione, nell’illuminazione – per poi uscirne, vagare dentro e fuori di sé, indagare il rovescio della realtà (sarà a questo che allude quel titolo?) grazie a un movimento spiraleggiante, ipnotico, che cova il formicolare segreto delle cose e dell’accadere: Callahan sembra suggerire che il senso della realtà vada ricercato in questo andirivieni incessante della percezione, in questo fluttuare quantico tra concretezza e sensazione, sgranando canzoni che fanno il nido tra le parentesi e i chiaroscuri, nelle screpolature tra tempo utile e inutile, nei momenti in cui siamo più scollegati e quindi un po’ più reali. Come non essergli, ancora una volta, grati?
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