Un altro anno giunge al termine e con esso si ripresenta l’annosa questione delle classifiche di fine anno. Non credo di essere l’unico ad aver notato che il giochino stia un po’ perdendo di interesse: non ci sono più sui social – ormai unica pietra di paragone o termometro sociale per una società sempre più atomizzata – quelle belle scazzottate virtuali su chi è dentro e chi è fuori, sulle imperdonabili omissioni, sulle eccessive esaltazioni e via dicendo che alla fin fine ce le hanno un po’ fatte odiare.
Le classifiche però servono e riprendere le classifiche degli anni scorsi può far rivalutare alcuni dischi, e conseguentemente il senso di quelle dispute, ma soprattutto mettere in imbarazzo l’estensore, in particolare per quelle scelte di pancia che stavano a significare un qualcosa a metà tra l’infatuazione del momento (quanti dischi abbiamo letteralmente consumato per poi dimenticarcene?) e la solita tendenza al “lo famo strano” che è evidente sintomo dell’egocentrismo del musicofilo a tutti i livelli (“era meglio il demo” come way of life, per capirsi), ma alla fin fine le classifiche sono sempre una fotografia dell’immediato, un punto di vista cristallizzato che resta lì, a futura memoria (o vergogna, ça va sans dire).
Sia come sia, le risse social sono diminuite, le oggettivazioni della soggettività debordante ed egotica sotto forma di listone forse, di sicuro mi pare ci sia una sorta di accettazione delle liste come indicazioni, suggerimenti, puro promemoria per chi, addetto o meno ai lavori, è letteralmente subissato da input, suggestioni, next big thing ogni tre per due al punto da perdere e perdersi in questa elefantiasi produttiva che, come detto spesso, corre il doppio rischio dell’appiattimento creativo e della dispersione. Sia come sia (e due!) le classifiche ci sono, vanno fatte, ci aiutano sia a ricordare che a (vedi sopra) dimenticare, possono essere disaggregate e riaggregate per comprendere tante altre cose oltre i gusti di chi le stila e quindi sotto con questo 2022.
Anno al solito eccessivo per la produzione quantitativa e pertanto foriero di “azz, mi sono perso x” e “ma come, non hai ascoltato y?”, forse un po’ meno per quel che riguarda l’aspetto qualitativo. Nessuna lamentela da boomer (che però poteva anche essere l’incipit di una bella polemichetta social, no?) ma una semplice constatazione al crinale tra sguardo (più possibile) d’insieme – in redazione ovviamente arrivano tantissime proposte, press-kit, indicazioni, come è facile intuire – e personale distacco (non lo chiamerei noia ma quasi) nell’indagare un marasma di uscite che, diciamocelo sinceramente una volta per tutte (essì, qui può decisamente scattare la polemichetta), in un mondo ideale non meriterebbero di vedere la luce. Ma visto che oramai un disco, come ovviamente anche un libro (ho appena scoperto che, dopo il primogenito, nel ’23 esordirà anche la secondogenita della premiata ditta Castellitto-Mazzantini; quando si dice la trasmissione dei geni eh), non lo si nega più a nessuno, proviamo a fare un resoconto di quelli che hanno girato di più nel piatto, nel lettore, nella piastra, nella liquidità sonora del sottoscritto.
Molte chitarre, vecchie e nuove, in punta di plettro o, più spesso, suonate a mo’ di clava; molta elettronica, spesso tendente al nero ambientale e declinato altrettanto spesso al femminile; molto “terzomondismo”, genericamente psichedelico, cappello-rifugio dove infilare sia le venature latamente jazz, sia le commistioni avant-ritmiche, sia le fughe dalla geografia rock di matrice “anglosassone” a cui siamo da sempre abituati. Queste in sostanza le tre macro-aree in cui suddividerei i venti titoli che ho scelto per questo 2022 che poi a ben vedere sono anche la rappresentazione perfetta delle tre “fasce orarie” in cui ascolto musica.
Al mattino c’è bisogno di spinta, quindi vai di chitarre. Sia di quelle datate (tecnicamente non è una ristampa ma neanche un album nuovo, ovviamente) dei Sonic Youth, il cui In/Out/In, pur raccogliendo inediti della fase finale della band, mi ha catapultato nei mai troppo lodati ‘90 (personalmente parlando, avevo vent’anni e praticamente zero pensieri e un mondo musicale da scoprire) scatenando una sorta di centrifuga emozionale a risentire quegli intarsi di chitarre. O di quelle vecchie-nuove dei ben ritornati Loop – Robert Hampson è molto in forma e Sonancy avrebbe spaccato anche ai tempi, figuriamoci oggigiorno che si ritrova a competere con dei runner –, sia di quelle nuove-vecchie degli Oneida, che in Success fanno sempre la stessa cosa (non è vero, ma ci siamo capiti) e ogni volta che si pensa che si avviino stancamente verso il mestiere tirano fuori il coniglio rumoroso dal cappello (I Wanna Hold Your Electric Hand, ovvero 40 e più anni di rock’n’roll e sberleffo in 4 minuti) o di quelle nuove che però si rifanno al vecchio e vi si rifanno talmente bene che a nessuno frega più se siano vecchi o nuovi come accade con God’s Country dei Chat Pile: i quattro americani rinverdiscono i fasti del noise-rock più brutale mischiato con lo sludge per un esordio lungo decisamente ottimo.
Spazio anche per chitarre meno invasive come quelle dell’esordio dei King Hannah, I Am Not Sorry, I Was Just Being Me, un bel viaggiare senza troppo impegno e con spunti notevoli, mentre l’esordio di Cigno, Morte e pianto rituale, è stato il calcio in bocca più inatteso dell’anno tra reminiscenze CCCP, folate industrial, il punk dentro e manifesti contro-culturali. I Moin di Paste e il Pilia di Spiralis Aurea sono in top5 con due dischi di chitarre che più diversi come approccio non potrebbero essere, eppure nel bignami rivisitato dei primi come nell’opera aliena in cui i rimasugli del rock scivolano verso la classica-contemporanea insieme materica e spirituale del secondo riesco a percepire una linea di continuità, ovviamente rimanendo nel recinto dei miei gusti nell’ascolto musicale.
Al pomeriggio appartiene l’altro blocco di questa mia top20. Terzomondismo, jazz ad ampio spettro, tribalismi, melting-pot ed energia worldwide si ritrovano senza dubbio nel giro del mondo a colori di Scenario dei C’mon Tigre, nell’incarnazione più “club-oriented” e cafona di Shabaka ovvero i Comet Is Coming dell’esplosione cosmica, sorta di big bang electro-jazz futuritmico, di Hyper-Dimensional Extension Beam così come nell’ultimo lavoro del padrino del nuovo jazz Makaya McCraven che l’unico rischio che corre è la sovraesposizione ma, stando a ciò che ci offre In These Times, il rischio appare molto lontano se la qualità è questa.
Infine, i due dischi sempre da top5, ovvero Comradely Objects degli Horse Lords, ormai più che una conferma nel sottobosco avant-tutto e in una crescita ormai inarrestabile, e gli sloveni Širom ad accompagnare il pomeriggio verso la sera con le languide visioni psichedeliche e ad ampio spettro dell’imaginary folk fluvialmente esposto nell’ottimo The Liquified Throne Of Simplicity. Coi deliqui dei tre sloveni a superare le stantie geografie “rock” del passato, si arriva alla notte, dove gli ascolti virano verso le lande dell’elettronica più oscura e, in questo 2022, particolarmente “donna”, visto che la Lili Refrain di Mana, la ritrovata Diamanda Galas di Broken Gargoyles, la Sarah Davachi notturna dell’ensemble da camera di Two Sisters e la nostra Caterina Barbieri con l’ottimo Spirit Exit, hanno trovato accoglienza nelle parti alte della mia classifica e dei miei ascolti con un range di possibilità che vanno dallo sciamanesimo al droning estatico, dalle litanie mefistofeliche all’ambient per semi-umani futuri.
Ad accompagnarle, gli ottimi Bitchin Bajas di Bajascillators sempre al crinale tra kraut synthetico e ambient meditativa, un Becuzzi “anomalo”, quasi da finire nella categoria chitarre con DeepeR, disco di cover più che personali (sul finire dell’anno è giunto anche Axis Mundi a concludere la sua trilogia ma fuori tempo massimo per i miei ascolti da chart) e il quinto disco a rappresentare la mia top5, ovvero Rimorso di Mai Mai Mai, disco che per chi scrive conclude un percorso eccentrico giungendo al suo centro: il sud, il rituale, l’atavica forza salvifica della musica in un perfetto allineamento tra featuring nuovi e vecchi così come tra tradizione e innovazione. In attesa che il ’23 tenga fede, almeno romanamente, alla fama del suo numero e spazzi via quest’ultimo triennio decisamente particolare (a esser buoni) e dato che “ne usciremo migliori” è rimasto lo stupido slogan che sapevamo essere, l’auspicio per l’anno nuovo è: meno dischi ma più pensati, meditati, sentiti perché l’autocensura non è poi così male.
- Horse Lords – Comradely Objects
- Širom – The Liquified Throne Of Simplicity
- Moin – Paste
- Stefano Pilia – Spiralis Aurea
- Mai Mai Mai – Rimorso
- Loop – Sonancy
- Cigno – Morte e pianto rituale
- Makaya McCraven – In These Times
- Sarah Davachi – Two Sisters
- Caterina Barbieri – Spirit Exit
- Oneida – Success
- Diamanda Galas – Broken Gargoyles
- Gianluca Becuzzi – DeepeR
- Chat Pile – God’s Country
- Bitchin Bajas – Bajascillators
- The Comet Is Coming – Hyper-Dimensional Extension Beam
- King Hannah – I Am Not Sorry, I Was Just Being Me
- Lili Refrain – Mana
- C’mon Tigre – Scenario
- Sonic Youth – In/Out/In