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7.3

La poetica musicale di Sarah Davachi, musicista e compositrice canadese dalla oramai lunga carriera di culto, è sempre stata in equilibrio tra diversi mondi musicali. Da una parte, esplorata fino all’ossessione, c’è la spigolosa sperimentalità di una Pauline Oliveros o di un La Monte Young, ispirazioni che fanno di lei uno dei centri attuali dell’elettroacustica più sperimentale e interessante. Dall’altra c’è un passato che continua a ritornare, come se interi cosmi musicali che noi frequentiamo di rado e spesso non consapevolmente si riaffacciassero attraverso la commistione originale che ne riesce a fare Davachi. Era il caso di Johann Sebastian Bach in Pale Bloom, dove un concerto del kappelmeister era sfruttato come punto di partenza per un’ambient/droning di grande effetto e intelligenza.

Anche per questo nuovo Two Sister – registrato nel corso del 2021 – c’è un passato che ritorna, prepotente. Qui è il caso di un brano del XV secolo molto famoso nel giro della musica antica, Alas Departynge is Ground of Woo, sostenuto tra ansie mistiche e microdroning atmosferico dalla voce del mezzosoprano Jessika Kenney, già famosa per le sue esplorazioni della vocalità persiana e indiana. Il brano, ribatezzato Alas, Departing si basa su stratificazioni sonore e il rimando alla dimensione del pellegrinaggio non è che una naturale conseguenza.

Proprio la dimensione mistica di questo disco, vicinissima e talvolta compenetrata dal misticismo, è forse la cifra esplicita, come sottolinea il carillon di campane che apre il disco (Hall of Mirrors) e un riferimento aperto alla condanna della mondanità nel titolo di un altro brano, Vanity of Ages, dove Davachi esplora per dieci minuti le possibilità timbriche e di intonazione di un organo a canne del XVIII secolo.

Tutta l’ora e mezza delle nove composizioni si svolge in questa tensione tra passato medievale, con i brani anche più “moderni” per concezione che rimandano agli spazi vuoti delle cattedrali gotiche e ai chiostri dei monasteri. Ma la novità è forse la tinta scura, livida che assumono molte delle composizioni, come se ci fosse un nuova sfumatura millennarista nella poetica di Davachi. Ne è un esempio En Bas Tu Vois, brano scelto per anticipare il disco, in cui la ripetizione apparentemente sempre identica di un drone è modulata emotivamente da cambi di intonazione, sprazzi luminosi minimi e ritorni alla pece dell’impasto sonoro con anche i silenzi che si fanno grevi di ansie esistenziali.

Tra i tocchi più moderni, in senso quasi di musica classica contemporanea, sono i brani come Icon Studies I e Icon Studies II (ancora un riferimento religioso, le icone) affidati a un ensemble da camera di archi o i due Harmonies in Bronze e Harmonies in Green che sono affidati ai fiati. Vagamente più solari del resto del disco, sono motori immobili di un’estetica oramai davvero matura e personalissima, riconoscibile e capace di rinnovarsi ad ogni disco.

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