Recensioni

7.3

Onda dopo onda di suoni analogici creati dalla loro collezione di synth, frase dopo frase, come parti di un unico flusso fatto di continui cambiamenti che tutti insieme compongono, spingono, suggeriscono dimensioni altre (“un arco stratosferico”), e rimandano il dentro verso il fuori e il fuori verso il dentro, in un mix di emozioni che si compenetrano e influenzano l’un l’altra. Più o meno questa la descrizione del nuovo disco di materiale inedito dal 2017, quando i chicagoani pubblicavano Bajas Fresh. Nel frattempo, hanno consolidato la propria insaziabile poliedricità lavorando ai progetti più svariati: dalle collaborazioni con altri musicisti locali dediti al jazz (Nature Information Society) all’omaggio/mixtape al jazzista più cosmico di tutti i tempi, ovvero Sun Ra (Switched On Ra del 2021), lavorando anche sull’immaginario atlantideo (in The Encyclopedia of Civilizations vol. 2: Atlantis, split album con DSR Line).

Qui invece tornano a fare tutto da soli, concentrando la loro creatività soprattutto sul suono dei synth. Ne viene fuori un disco variegato ma, allo stesso tempo, estremamente a fuoco, tutto incuneato nelle stesse passioni di sempre della band: kraut / kosmische musik, ambient meditativa e psichedelia analogica. Amorpha, il brano che costituisce la prima facciata, è aperto da un insistito droning con echi orientali che pian piano si dispiega appoggiandosi sulle sparse note di basso e concedendosi aperture concretamente cinematografiche. La successiva Geomancy è un rabdomantico ricercare connessioni, a ritmo lento, come di chi aggiunge suoni trovati in una esplorazione creativa che pian piano si struttura, ma senza mai voler trovare la via d’uscita, quanto piuttosto indicando una dimensione altra sotto forma di zen musicale. World B. Free è forse il brano più riuscito, o almeno quello che risulta fin da subito più fascinoso. Basato sul suono del flauto che rimanda subito agli anni Settanta dei Popol Vuh, il brano si dispiega come una danza lenta, riflessiva, che porta senza fretta alla trascendenza. Chiude il quartetto Quakenbrück (dal nome di una città tedesca), che dopo un paio di minuti di setting scene si apre in una cavalcata wave ideale per una qualche autobahn di kraftwerkiana memoria.

Bel (eterno) ritorno e buonissimo viatico per affrontare l’autunno caldo che ci aspetta cercando dimensioni altre.

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