Recensioni

Gemello distante e distinto di The Destroyed Room (B-Sides and Rarities) del 2006, con la band ancora non in “indefinite iatus” – utile ricordare che i Sonic Youth non si sono mai ufficialmente scioltin anche se quell’“indefinite” è sempre più prossimo al “permanent” –, In/Out/In è atteso e accolto come manna dal cielo dai nostalgici della band newyorchese.
Raccolta di (quasi) inediti dell’ultimo periodo di vita del quartetto, In/Out/In colleziona 5 lunghe ed eterogene canzoni che, in modalità a-cronologica, svariano dal 2000 di Social Static e Out & In, entrambe poste nel lato b del vinile, al 2010 di In & Out e passando per il 2008 di Basement Contender e Machine. Insomma, registrazioni in parte già edite (le speculari In & Out e Out & In erano già apparse nel box 4LP della Three Lobed Not the Spaces You Know, But Between Them del 2011) e che risalgono a momenti piuttosto diversi nell’evoluzione (nelle evoluzioni, forse sarebbe più giusto dire) della band, orientativamente tra la fase inaugurata da NYC Ghosts & Flowers a inizio millennio (l’era Jim O’Rourke, per intenderci) e il canto del cigno di The Eternal, con tanto di Mark Ibold dei Pavement in formazione a lasciar modo a Kim Gordon di rimpolpare la batteria delle chitarre.
Eterogeneità che però aiuta a decrittare, se ve ne fosse ancora bisogno, le anime, le influenze, i debiti, gli amori, l’approccio della formazione americana: si prenda In & Out, ad esempio, con quel neanche troppo vago sentore à la Can che proietta l’indolenza tipica di certo slacker-rock di cui Moore & friends furono indubbiamente padrini se non ispiratori, in una kraut-machine mai furiosa ma sicuramente ipnotica. O l’amore per le colonne sonore, spesso di film e/o cortometraggi indipendenti, di cui il pulviscolo white noise di Social Static non è che l’ultima manifestazione – al momento, dato che i quattro hanno molto materiale ancora in magazzino… – o, ancora, l’attrazione per le jam pacificate (l’inaugurale Basement Contender è realisticamente qualcosa che riprende gli arpeggi di Daydream Nation e li dilata verso qualcosa di pastorale altezza Murray Street) oppure furiosamente irrisolte, come accade nella conclusiva Out & In, che vede il quintetto (il citato Jimbo è della partita) spingere sull’acceleratore e che sembra, parole della press, «the sonic equivalent of a slowly collapsing star».
Quello che purtroppo è accaduto anche a una delle più influenti band dell’underground mondiale, collassata su se stessa non per questioni strettamente musicali, e di cui anche lavori come questo, secondari e di risulta, ovviamente marcano in primis la distanza coi numerosi runners e poi la nostalgia canaglia, il rammarico amaro, la beffa di averli lì vivi e vegeti e di non poterne godere.
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