Recensioni

E così, giunto al quarantennio di attività, il caro Becuzzi si dà alle cover, ma di sicuro non per accaparrarsi un posto in qualche contest da pub, visto il materiale con cui traffica. Quello di DeepeR – ricordiamolo, terzo passo di una trilogia inizialmente condivisa con Massimo Olla in RedruM, prima, e in TheenD, poi, anche se qui si ritrova in splendida solitudine – non è un semplice album di cover, quanto una radiografia delle fondamenta del Becuzzi musicista, una sorta di autobiografia formativa i cui pilastri sono, per certi versi intuibili, per altri decisamente sorprendenti. Non soltanto per il modo in cui Becuzzi tratta queste cover, a metà tra l’omaggio sentito e la sperimentazione/resa personale, quanto anche per gli autori o le canzoni stesse prese in considerazione.
Armato soltanto di voce e chitarra più programming (Cristiano Bocci supporta con basso e violoncello in due tracce), Becuzzi rivisita alcune pietre miliari della propria formazione riuscendo nell’intento di essere fedele agli originali ma al tempo stesso fornirne una visione personale, sentita, rispettosa e, al contempo, avventurosa: è il caso dell’accoppiata Funerale a Praga/The Honour Of Silence, medley evocativo e fieramente malinconico tra Faust’O e i Death In June o la rendition, decisamente sorprendente, di Heartbreak Hotel di Elvis – filtrata dall’intermezzo di John Cale datato 1975 – e resa scheletrica, sofferente, angosciata nella sua disidratazione, quasi fosse un blues del dopo-bomba.
Heartworms dei Coil e The Garden degli Einstürzende Neubauten di mezzo, entrambe legate alla ricerca sonora del Becuzzi recente, ovvero il lavoro sulla voce culminato in Voices, incastonano una The Hall Of Mirrors che di kraftwerkiano ha solo il titolo, per quanto è resa alien(at)a, ossessivamente sottocutanea, malinconicamente evocativa, quasi fosse un requiem astrale. Warszawa, The Overload e We Will Fall, ovvero alcuni dei passaggi meno in linea col proprio stile musicale di Bowie/Eno, Talking Heads e Stooges, dicono poi di una scelta di travisamento quasi sacrale compiuta dal Nostro non con deferenza, ma con condivisione di ideali e di visioni musicali. Cosa questa che ci suggerisce che sì, Becuzzi ha fatto un disco di cover, ma quel contest a cui facevamo riferimento con facezia all’inizio è evidente come sia collocato in uno spazio e in un tempo che non ci appartengono ancora.
Disco bellissimo e non solo per la qualità degli originali di partenza ma per la capacità (ri)creativa di cui Becuzzi dà ormai da tempo prova.
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