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7.5

A volte c’è necessità di ripulirsi le orecchie non dalla musica, ma dall’hype, dal chiacchiericcio, dall’infodemia dilagante fatta di “fuori ora!”, sensazionalismo da social, attenzioni (leggi polemiche) costruite a tavolino e risolte nel giro di 24 ore. C’è necessità di ascoltare e non sapere, fregarsene di chi o cosa abbia fatto e registrato e pubblicato cosa, e immergersi in un budello nero-pece di solo ascolto dedicato. Lì, in fondo, lontano dalla saturazione del vociare inutile di cui giunge attutito solo l’eco distante, ci si può ritrovare a perdersi dentro un progetto di cui nulla o quasi si sa, ma che molte soddisfazioni dà all’orecchio depresso. Quel qualcosa è Morte e pianto rituale, autoprodotto disco d’esordio (almeno dovrebbe) di Cigno, nom de plume dietro cui si cela Diego Cignitti supportato da pochi altri musicisti (Brauss, chitarre; Abate Busoni, ritmiche; Tania Giammoni, voci; Bernardino Ponzani, batteria; Roberto Sanguigni, bassi; Sbrenzy, pianoforte, synth).

Mettiamo subito in chiaro un paio di coordinate sonore simili per far orientare chi legge: sulle ascisse, Iosonouncane dell’ultimo, mastodontico album per la cappa plumbea che ammanta il tutto; sulle ordinate, gli Hate & Merda per quel senso di frustrante e frustrato nichilismo ragionato che ne pervade ogni nota; al centro la parabola perdente e affascinante come solo la sconfitta in partenza sa essere, questo disco e le sue nove tracce. Tracce che, a dirla tutta, non si limitano affatto a quelle coordinate segnalate come vago orizzonte di riferimento dettato dall’orecchio del recensore, ovviamente. C’è anche molto di più in questi solchi: c’è un valzerino storto e teatrale, c’è una rugiada industrial ad ammantare il tutto, c’è il dancefloor sotterraneo, claudicante e ottundente, c’è il groove del funk sbiancato in candeggina, ci sono i CCCP a benedire nichilisticamente il tutto, ci sono i Ministry, gli EN, i Test Dept a fornire il retroterra strumentale, distorto come tribale; c’è l’ossessione, la ripetitività stordente, la notte e la lotta, il rifiuto e lo straniamento; c’è Gramsci e Albert Caraco, Elio Petri e, ovviamente visto il titolo, De Martino, ovvero l’impegno, la follia, il proletariato e l’auto-difesa psichica. Il tutto supportato da una poetica engagé ben svolta nel libretto-manifesto quasi da chiamata alle armi della contro-cultura che accompagna il disco e che contribuisce allo spessore di un lavoro non atteso, non banale, non conforme.

Ciò di cui si ha bisogno in questi tempi di appiattimento: di outsider, di posizioni a margine, di calci in faccia.

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